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1917 o “il viaggio dell’eroe”: perché non può considerarsi un film di guerra canonico

1917 soldato1917 è un film che ha suscitato molti pareri contrastanti, forse per la sua comparsa e vittoria “a sorpresa” ai Golden Globes, andando contro tutte le previsioni che vedevano i giganti Tarantino e Scorsese come vincitori su tutta la linea. Quindi, forse perché è stato visto come il “cattivo” della situazione, ha suscitato parecchie critiche, addirittura prima della sua uscita nelle sale.

C’è chi ha evidenziato delle incongruenze narrative, dei “difetti” che lo renderebbero un film poco realistico: perché Schofield, un semplice e giovane soldato, riesce sempre a evitare le pallottole sparategli addosso dai nemici, quasi come se avesse un superpotere o come se tutti i soldati avessero una pessima mira?

Com’è possibile che un pilota d’aereo ustionato e in stato di shock dopo un grave incidente possa avere la forza di sollevarsi e pugnalare a morte un soldato nemico che, fra l’altro, voleva soccorrerlo? Come mai il protagonista, inseguito dal nemico, è riuscito a entrare in uno scantinato, non visto? Come ha fatto a sopravvivere dopo un’esplosione? Il punto è che si tratta di incongruenze o “stranezze”, se vogliamo, forse un po’ troppo plateali.

1917 attesaSam Mendes ha una filmografia molto ridotta, ma è indubitabile che abbia sempre cercato di fare pellicole di qualità, seguendo la logica del “pochi, ma buoni”. Inoltre, è innegabile che il film sia stato realizzato alla perfezione dal punto di vista tecnico con una regia, un sonoro e una fotografia curata fin nei minimi dettagli.

Ora, è possibile che un prodotto così studiato tecnicamente sia deficitario dal punto di vista narrativo? Possibile che le incongruenze rilevate da molti siano sfuggite a un regista attento e scrupoloso come Mendes, che fra l’altro tiene moltissimo alla sceneggiatura (Revolutionary Road e American Beauty sono così curati nello script che potrebbero essere tranquillamente riadattati in una piéce teatrale)?

Gli elementi stranianti dell’opera, quindi, sono studiati a tavolino e sono proprio ciò che rende la pellicola unica nel suo genere e non un vero e proprio film di guerra. 1917, nonostante l’ambientazione, riesce nell’intento non facile di fondere la fiaba e la cruda realtà, il sogno e la veglia, in due magnifici (finti) piani sequenza.

1917 battagliaIl protagonista ha un compito importante: deve salvare migliaia di uomini che rischiano di essere massacrati a causa di una trappola nemica e un ordine sbagliato, portando un messaggio che impone al battaglione di cessare l’attacco. Un’impresa in cui viene coinvolto, suo malgrado, da un amico che muore accoltellato fra le sue braccia. Un amico a cui lui fa una promessa: quella di recapitare il messaggio e raccontare al fratello la sua fine.

Il coraggioso ragazzo porterà a termine il compito a ogni costo, intraprendendo un viaggio dell’eroe in cui dovrà superare prove dure, crudeli, potendo contare sul raro aiuto di amici come il capitano del battaglione inglese che compare nella fattoria dopo l’incidente aereo, quasi un deus ex machina comparso in un folle sogno, o la donna nascosta nel villaggio bombardato, una Madre che si prende cura di figli non suoi.

Non manca naturalmente la simbologia legata al linguaggio delle fiabe: la narrazione è puntellata di “oggetti magici”, come gli effetti personali di Blake, l’amico morto, che Schofield porterà al fratello, mantenendo la sua promessa, proprio come i cavalieri dei poemi epici. Oppure come il latte che il ragazzo trova alla fattoria abbandonata che donerà alla Madre per poter sfamare una bambina orfana, un ringraziamento per la sua bontà d’animo.

O, ancora, i petali degli alberi di ciliegio, che nella narrazione assumono il meraviglioso significato di Casa e Salvezza. Persino la riuscita dell’impresa è legata alla logica fiabesca.

Il film nelle vicende narrate non è volutamente realistico, perché vuole essere una fiaba, o il sogno di un reduce che, in un delirio onirico, sovrappone eventi accaduti in diversi piani temporali. La cosa importante è una sola: che l’eroe porti a termine la sua missione. Peccato che la ricompensa sia magra e si scontri inevitabilmente con la dura realtà. L’unico premio che lo aspetta, dopo innumerevoli fatiche, è la possibilità di un breve momento di pace sotto i raggi del sole, contemplando le foto dei propri cari, prima di tornare all’Inferno.

Giulia Losi

Giulia Losi

Giulia Losi è nata a Monza il 3 ottobre 1993. Ha frequentato l’Università degli Studi di Milano e si è laureata in Scienze dei Beni Culturali. Nel 2016 si è trasferita a Roma e ha frequentato la facoltà di Teatro, Cinema, Danza e Arti digitali alla Sapienza, dove ha conseguito la laurea specialistica. Grande appassionata di cinema, collabora attivamente con alcune testate cinematografiche, come Opere Prime e ha curato la rubrica radiofonica “Francamente me ne infischio” per Radio Base. Frequenta, inoltre, un corso di recitazione professionale.
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