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Contagion: il thriller pandemico diventa attuale

matt damon contagionContagion è un film quasi profetico. Molti, probabilmente, quando sono andati nelle sale a vederlo per la prima volta avranno sicuramente pensato “queste cose non esistono”. E invece abbiamo avuto, in questi giorni di paura per la pandemia di COVID-19 o più comunemente detta coronavirus, la prova concreta che sì, invece queste cose esistono.

Naturalmente, esistevano anche prima. In Paesi del Terzo e Quarto Mondo, epidemie gravi, con alti tassi di mortalità, sono purtroppo all’ordine del giorno. E’ però raro incontrare malattie che facciano davvero paura e, soprattutto, in grado di diffondersi capillarmente, nel nostro mondo “occidentale”.

Il panico è dunque una naturale conseguenza di fronte a una situazione del genere che, però, può anche indurci a riflettere un po’. Ripensando al film di Soderbergh, sono molti gli elementi che ora ci possono colpire: innanzitutto, il fatto che il virus venga dalla Cina, più precisamente da Hong Kong e che abbia origine dai pipistrelli.

scienziati contagionSi tratta poi di un virus che si trasmette molto facilmente e che attacca innanzitutto le vie respiratorie. Le analogie con la realtà attuale sono quindi molte (e anche un po’ inquietanti), ma andando più nello specifico della realtà cinematografica ci si rende conto di come la pellicola sia un ottimo thriller pandemico, in grado di suscitare profonda tensione e angoscia.

Una scena colpisce per il grande realismo: quando la paziente zero, Beth Emhoff (Gwyneth Paltrow), viene ricoverata d’urgenza in ospedale, in preda a una crisi epilettica, è accompagnata dal marito Mitch (Matt Damon) che aspetta ansioso in sala d’attesa.

Quando i medici informano Mitch della morte della moglie, lui rimane per un attimo imbambolato e, dopo un breve silenzio sconcertato, chiede se può parlare alla moglie. E’ una scena che suscita profondo sbigottimento, oltre che empatia con il personaggio.

gwyneth paltrow contagionSi tratta di una situazione in cui tutti possiamo probabilmente (e purtroppo) immedesimarci: quando ci viene data una notizia terribile e improvvisa, può succedere di provare un senso di straniamento, quasi di distacco, al punto da arrivare a negare la realtà dei fatti.

Per quanto sia un piccolo momento, all’interno di una pellicola ben costruita, si tratta di una scena molto significativa, perché suscita un profondo senso di desolazione di fronte a una realtà terribile che urla e che si cerca in ogni modo di mettere a tacere.

Si tratta di un sentimento universale, che va ben al di là della tematica trattata all’interno del film. Il senso di ansia e di precarietà che pervade la pellicola è poi ben reso da altre due scene. La prima è quella in cui un contagiato preso dal panico barcolla per un vagone della metropolitana.

Le riprese di particolari come la mano usata per coprirsi la bocca e poi appoggiata sui pali della metro e i piedi che incespicano, oltre ai colpi di tosse continuamente enfatizzati, creano un senso di claustrofobia crescente, di paura e di disgusto. Sono proprio le sensazioni che si provano in una situazione di emergenza di questo tipo, in cui vita e salute sono ad altissimo rischio e difficilmente si può intervenire incisivamente.

La seconda scena è quella in cui gli studiosi analizzano la modalità di diffusione del contagio a partire dalla paziente zero: visionando le riprese delle telecamere del locale in cui si trovava Beth quando ha contratto il virus, vengono mostrati dei fermo immagine in cui la donna stringe mani, parla a distanza ravvicinata ad altri avventori, tocca delle carte da gioco e ci soffia sopra, ridendo serena.

Immagini di un’apparente tranquillità risultano inquietanti nel momento in cui vengono dissezionate per capire come si possa essere diffuso il virus letale, facendo comprendere allo spettatore quanto una stretta di mano innocente possa risultare fatale.

Di certo Contagion è un film risultato interessante e ben realizzato fin dal momento della sua uscita nelle sale. Solo che ora, alla luce dei recenti avvenimenti, assume un carattere inquietantemente profetico, seppur con le dovute e fortunatamente positive divergenze con la realtà.

Giulia Losi

Giulia Losi

Giulia Losi è nata a Monza il 3 ottobre 1993. Ha frequentato l’Università degli Studi di Milano e si è laureata in Scienze dei Beni Culturali. Nel 2016 si è trasferita a Roma e ha frequentato la facoltà di Teatro, Cinema, Danza e Arti digitali alla Sapienza, dove ha conseguito la laurea specialistica. Grande appassionata di cinema, collabora attivamente con alcune testate cinematografiche, come Opere Prime e ha curato la rubrica radiofonica “Francamente me ne infischio” per Radio Base. Frequenta, inoltre, un corso di recitazione professionale.
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