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Eva, madre sui generis

eva e il figlio che piangeOcchiaie, viso emaciato, capelli nero corvino che risaltano sul pallore della carnagione: così appare per l’intera durata di E ora parliamo di Kevin (Lynne Ramsey, 2011) una profonda protagonista di un film complesso e ben realizzato. Una madre alle prese con le difficoltà della maternità, preda delle sue stesse paure, condizionata e condizionante: cosa comporta la nascita di un figlio? Cosa si nasconde dietro la gioia del fiocco azzurro?

Lo spettatore è guidato per mano – sarebbe meglio dire strattonato – da Eva (una profonda e convincente Tilda Swinton), con la quale instaura un rapporto ambivalente, che suscita in lui le più disparate sensazioni, dall’incredulità alla compassione, dalla comprensione all’odio.

evaUna donna incapace di prendersi cura del figlio (emblematica la scena in cui il piccolo Kevin piange tra le sue braccia e lei lo strattona e lo guarda spaesata, senza sapere come rassicurarlo), che però cerca costantemente di interagire con lui, di entrare in contatto con quel ragazzino che la guarda sempre indispettito, che si rende conto che il rapporto con sua madre è freddo e innaturale.

La conflittualità interiore di Eva è il filo conduttore della vicenda e, tra i dialoghi penetranti e gli eloquenti silenzi, lo spettatore la percepisce come angosciante e soffocante, un disagio esistenziale che si riversa con forza nel rapporto con Kevin (in parte anche nel rapporto con il marito), un’incapacità che provoca sofferenza e che la donna cerca di domare, di correggere: significativo il fatto che il suo rapporto con Celia, la secondogenita, sia nettamente migliore rispetto a quello con Kevin; quindi una donna che, in definitiva, combatte con se stessa, che, segnata da una personalità fragile, cerca di cavarsela, senza riuscirci mai del tutto.

tilda swintonTra un marito assente, un lavoro frustrante e tentativi di riconciliazione con un Kevin ormai adolescente arriva, come un pugno nello stomaco, il tragico epilogo, il gesto drammatico di un figlio emotivamente instabile: Eva soffre in silenzio, come sua abitudine, non si lascia andare a scene di disperazione, non ascoltiamo grida strazianti al cielo – che pure la circostanza avrebbe giustificato – ma vediamo una  donna fiaccata e stanca, con uno sguardo carico di sensi di colpa taciuti, che pone un’ultima, secca domanda, “Perché?”.

Un perché che racchiude una serie di interrogativi irrisolti, un perché che questa madre irrisolta riesce a chiedere al figlio solo dopo un avvenimento traumatico, al quale però ormai non serve dare una risposta.

Stefano Iacovozzi

Stefano Iacovozzi

Stefano Iacovozzi, classe 1986, nato e cresciuto in un piccolo paesino in Abruzzo. Mi sono laureato in “Lettere classiche" con specialità in “Filologia classica”; oltre alla grande passione per le “anticaglie grecoromane”, soprattutto negli ultimi anni, mi sono appassionato al cinema in tutte le sue forme e sotto tutti i punti di vista, insomma divorare con ingordigia film di ogni genere è diventata un’attività irrinunciabile. Per il resto, conduco una vita normalissima, tra ripetizioni, amici e precariato. Che altro dire? “Brindo a voi e a questa vita, pace amore e gioia infinita!”
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