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Ghost Story e Arrival: come l’amore supera i confini del tempo

ghost storyL’amore, si sa, è uno dei sentimenti più potenti che esistano al mondo. Non si parla solo di amore verso il proprio compagno, ma anche quello di un padre e di una madre per il figlio, quello verso i genitori, verso un amico.

Parlare di amore in un film non è scontato o banale: è un’esigenza umana ed è per questo che le pellicole che trattano davvero di amore, l’amore vero, potente e travolgente, non ci annoiano mai. Ghost Story e Arrival, nonostante siano due film profondamente diversi, parlano proprio di questo.

Ghost Story non è un comune film di fantasmi, malgrado il titolo: M (Rooney Mara) e C (Casey Affleck) vivono in una bella casa in mezzo alla distesa sconfinata della campagna americana. La coppia ha una vita tranquilla e felice, almeno finché C non muore in un incidente d’auto.

Dopo che M lo ha guardato per l’ultima volta, steso sul grigio tavolo di un obitorio, C torna sotto forma di fantasma, non un fantasma alla Ghost, ma un fantasma di antica tradizione, coperto da un lenzuolo con due buchi per gli occhi: un’iconografia talmente semplice e “banale” da risultare geniale.

C torna istintivamente nella casa dove è stato felice e osserva M nella sua nuova quotidianità, nei suoi deboli tentativi di superare il lutto. M non piange mai, ma il dolore sembra averle spezzato qualcosa dentro, rendendola quasi svuotata. C le sarà sempre accanto, almeno finché lei non se ne andrà.

Prima di trasferirsi, M infila in una fessura dello stipite un bigliettino: non ci è dato sapere cosa ci sia scritto, ma è l’ultimo legame che C può avere con lei ed è ciò che lo porterà a travalicare i confini del tempo, viaggiando avanti e indietro, nella speranza di riuscire a prendere e leggere, finalmente, l’ultimo messaggio della sua amata.

arrivalGhost Story è una storia d’amore: un amore folle e disperato, in grado di superare le barriere temporali, rivelandone la sua circolarità. C viaggerà avanti e indietro, fino a tornare al tempo in cui era vivo, quando era felice e ignaro del suo destino.

Il concetto di tempo circolare e di amore incondizionato sono anche i temi dominanti di Arrival. Si tratta di una pellicola molto diversa dalla precedente, perché questa volta si parla di alieni: il mondo è sconvolto dalla comparsa improvvisa, in diversi punti della Terra, di misteriose astronavi aliene, soprannominate “gusci” dai militari, per via della loro curiosa forma oblunga e per la loro superficie completamente liscia.

La linguista Louise Banks (una magnifica Amy Adams), una donna con il passato segnato dalla morte della figlia a soli dodici anni, a causa di una grave malattia, viene selezionata per collaborare con il Governo americano. Il suo compito è quello di riuscire a comunicare con gli alieni, un’impresa che sembra quasi impossibile.

Le creature con cui entra in contatto si trovano in un “guscio” sospeso sulle immense praterie del Montana e sono esseri giganteschi, dalla forma incerta, che comunicano attraverso una sorta di vetro: quando viene rivolta loro una domanda, allungano dei tentacoli, da cui esce una specie di inchiostro, che forma sulla superficie vetrosa dei simboli circolari, apparentemente incomprensibili.

Louise però non si dà per vinta e riesce incredibilmente a stabilire un forte legame con le due creature, al punto da arrivare a comprendere parte del loro linguaggio. Le creature intendono fare un dono agli umani: la comprensione della circolarità del tempo, che si può ottenere attraverso la conoscenza del loro bizzarro linguaggio.

Louise, studiando il loro modo di comunicare, comincia ad assimilare anche la loro mentalità e comprende che il tempo non è altro che un eterno ritorno, una dimensione liquida e tutt’altro che lineare. È grazie a questa nuova consapevolezza che la donna comincia ad avere visioni del futuro e, più il legame con gli alieni aumenta, più le sue visioni sono chiare.

arrival linguaggioNella sua mente passano le immagini di una bambina, prima sfuggenti, poi sempre più nitide: è la figlia di Louise, la figlia che non ha ancora avuto e che morirà tragicamente ad appena dodici anni. L’inizio del film è quindi anche la fine; una circolarità che ricorre in continuazione, ossessivamente, a partire dalle parole stesse di Louise.

Appena partorita, la bambina, in braccio all’ostetrica, verrà posata in grembo a Louise, che le sussurra “Torna da me“: le stesse parole che pronuncerà, distrutta dal dolore, sul letto di morte della figlia, abbracciando il suo corpo esanime. Malgrado questa atroce visione del futuro, Louise sceglie comunque di non evitarlo.

Nonostante il terribile dolore che solo la morte di un figlio può causare, sceglie di dare alla figlia il dono della vita, anche se breve, affinché abbia dodici anni di felicità pura e di vita “normale” e serena. Una scelta difficile, terribile, che il marito (Louise già lo sa) non le perdonerà mai, ma che è dettata solo dall’amore.

È un amore folle e assoluto, che travalica i confini del tempo così come lo conosciamo, anche se in questo caso è l’amore di una madre verso una figlia, che non vedrà mai crescere, ma che potrà amare incondizionatamente nel poco tempo che è loro concesso e oltre.

Ghost Story e Arrival, nonostante la loro profonda diversità, hanno una caratteristica comune: nessuno dei due è un film convenzionale. Ghost Story non è un comune film di fantasmi e Arrival non è un classico film sugli alieni. Questo perché la tematica sovrannaturale è solo una facciata, un pretesto per parlare di un amore talmente forte e vero da andare oltre il piano del quotidiano, oltre i concetti di tempo e spazio.

Un amore capace di superare il confine più misterioso e invalicabile: la morte.

Giulia Losi

Giulia Losi

Giulia Losi è nata a Monza il 3 ottobre 1993. Ha frequentato l’Università degli Studi di Milano e si è laureata in Scienze dei Beni Culturali. Nel 2016 si è trasferita a Roma e ha frequentato la facoltà di Teatro, Cinema, Danza e Arti digitali alla Sapienza, dove ha conseguito la laurea specialistica. Grande appassionata di cinema, collabora attivamente con alcune testate cinematografiche, come Opere Prime e ha curato la rubrica radiofonica “Francamente me ne infischio” per Radio Base. Frequenta, inoltre, un corso di recitazione professionale.
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