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I fantasmi del cinema giapponese

dark waterNell’estate del 1998 i cinema occidentali videro la comparsa all’interno dei loro circuiti di programmazione di un nuovo film proveniente dal lontano ed esotico Giappone, intitolato Ringu e diretto da un (allora) sconosciuto regista nipponico di nome Hideo Nakata.

La pellicola, tratta da un romanzo horror di gran successo dello scrittore Koji Suzuki, introdusse per la prima volta sugli schermi d’occidente la figura di Sadako, pallida bambina dai lunghi capelli neri che, dopo essere stata uccisa e gettata in un pozzo, tornava dal mondo dei morti mediante una videocassetta maledetta.

Malgrado il cinema giapponese non fosse del tutto sconosciuto agli abitanti del Vecchio Mondo (basti pensare al grande successo di Rashomon di Akira Kurosawa e di tutti i grandi registi come Shoei ImamuraNagisa Oshima che dagli anni ’60 in poi si erano fatti conoscere a livello internazionale), la pellicola di Nakata fu una vera e propria doccia fredda, in quanto diede vita non solo alla grande ondata dei così detti J-Horror (film dell’orrore provenienti dal Giappone e in seguito da tutti i territori asiatici) ma permise di esportare in occidente l’ignota e affascinante cultura degli spiriti del Sol Levante.

Ben presto, infatti, sull’onda del grande successo di Ringu incominciarono a circolare numerose pellicole che lentamente contribuirono a codificare tutta una serie di iconografie che plasmarono un vero e proprio immaginario dell’orrore asiatico, popolato da spiriti vendicativi dai lunghi capelli neri e dalle movenze scomposte, i quali attingevano a piene mani dalla lunga e ricchissima tradizione delle leggende e del folclore giapponese, del tutto lontana dallo spettatore occidentale.

Tra i numerosi film destinati a cavalcare questa nuova ondata vale la pena di ricordare sicuramente Dark Water (2005) dello stesso Nakata, la serie di Ju-On (2000-2003) di Takashi Shimizu, Phone (2002) di Ahan Byeong-ki, The Call (2004) di Tashi Miike e The Eyes (2002) dei fratelli Pang.

Come già detto, anche se ben presto molti altri paesi asiatici, come la Thailandia, la Cina, la Corea e le Filippine diedero il loro contributo a questa nuova moda, il fulcro di questo filone cinematografico rimane sempre e comunque il Giappone che, con la propria cultura fatta di spiriti e di esseri spaventosi, definì per primo una nuova influenza culturale e iconografica.

festa di obonMa da dove nascono le terribili figure fluttuanti che popolano queste inquietanti pellicole? Per poter comprendere meglio tutto questo è perciò necessario compiere un’analisi (seppur breve e generale) delle principali strutture presenti nella tradizione giapponese che fanno diretto riferimento al mondo degli spiriti.

La plurimillenaria cultura giapponese, così come la maggior parte delle popolazioni orientali, ha sempre avuto uno strettissimo rapporto con il mondo dei morti, in quanto essa ritiene il culto degli antenati e dei trapassati come uno dei capisaldi della società.

Non a caso, infatti, nel periodo compreso tra il 13 e il 16 di agosto si tiene annualmente la famosa festa di Obon, vale a dire una festa dedicata al culto dei morti, durante la quale, così come vuole la tradizione, ogni famiglia si reca sulla tomba dei propri avi per pregare e banchettare in loro onore, portando con sè offerte e regali.

Inoltre, durante l’ultima sera della festività, i bambini della comunità sono soliti accendere delle piccole candele che vengono poste sulla soglia delle abitazioni come indicazione per le anime dei defunti in cerca della strada verso la loro vecchia casa.

Secondo la tradizione shintoista (assorbita poi dal buddismo), ogni essere umano possiede una propria anima (reikon) la quale è destinata a reincarnarsi e a trovare la pace solo se i riti funebri sono stati compiuti correttamente.

Se, al contrario, i funerali non si sono svolti adeguatamente o il defunto è morto in preda a un forte rancore o a rimorso, ecco che il reikon, non potendo trovare pace, è destinato a tornare nel mondo dei vivi sotto forma di Yurei (letteralmente spirito oscuro) con l’intenzione di vendicarsi dei torti subiti o saldare i debiti ancora irrisolti per poter finalmente trovare serenità.

Esistono a tal proposito diverse categorie di spiriti nella tradizione giapponese, ognuno di essi differenziato in base a ciò che lega l’anima del defunto alla vita terrena. Tra i principali troviamo gli Jibakurei (spiriti di persone morte suicide o con rimpianti), gli Hyoirei (spiriti che si impossessano del corpo di un individuo), i pericolosissimi Onryo (spiriti morti violentemente e con forte rancore, i quali infestano il luogo della loro morte cercando vendetta, come nel celebre Ju-On di Shimizu), gli Ubume (spiriti di madri morte di parto che vegliano sui figli) e gli Zashiki-warashi (spiriti di bambini piccoli o mai nati).

ringuPer questo motivo in Giappone la cura nei confronti delle cerimonie funebri e il rispetto delle festività dedicate agli avi sono ancora tutt’oggi molto forti, proprio per il timore che le anime dei defunti possano ritornare ed esprimere la loro vendetta.

Nel corso della storia, la cultura giapponese ha dato luogo a diversi rituali, per lo più diffusi tra i giovani, che hanno lo scopo di rafforzare e al contempo di sdrammatizzare il fenomeno degli spiriti, i quali prevedono per lo più i classici racconti di paura. Per indicare questo tipo di storie si usa il termine nobile di Kaidan (fantasmi), o più generalmente Obake-mono (trasformazioni).

Tra i riti più noti vi sono gli Hyakumonogatari Kaidankai (letteralmente racconti di fantasmi) che prevedono di disporre cento candele intorno a un falò e al termine di ogni storia terrificante un lume viene spento. La tradizione vuole che, spento il centesimo lume, uno yurei si manifesti. Molto più recente è invece la pratica del Kimodameshi, una classica prova di coraggio che prevede di passare una nottata in un cimitero.

Per quanto riguarda l’iconografia classica degli spiriti, le prime codificazioni in tal senso iniziarono a essere operate durante il periodo Edo (1603-1868) mediante la diffusione delle famose stampe chiamate ukiyo-e (immagini del mondo fluttuante) del famoso artista Katsushika Hokusai e successivamente grazie alle prime rappresentazioni del teatro kabuki e del teatro no.

In esse gli spiriti vengono generalmente mostrati coperti da una tunica bianca funeraria, privi degli arti inferiori e con le braccia ciondolanti davanti al corpo (pratica dovuta alla legatura dei polsi dei cadaveri). Le figure spiritiche possiedono in genere una folta e lunga chioma di capelli neri (dovuta alla credenza che la peluria continui a crescere dopo la morte), oltre a essere rappresentati con movimenti convulsi e disarticolati.

Non è difficile dunque riconoscere qui la perfetta iconografia introdotta dal personaggio di Sadako in Ringu e nella sua prole cinematografica. Le vecchie raffigurazioni poi includevano anche il classico triangolo di stoffa legato sulla fronte del morto e l’accompagnamento di un fuoco fatuo.

Molto interessante notare il fatto che, nella tradizione delle leggende giapponesi, la figura degli spiriti vendicativi venga di fatto attribuita quasi esclusivamente all’universo femminile. Questa situazione ha però un ben preciso motivo sociale e antropologico.

In una società come quella giapponese, dove per secoli le donne sono rimaste vittime del maschilismo e della negazione di identità, l’unico universo in cui esse hanno potuto finalmente ribellarsi a questa loro condizione di inferiorità e in cui poter dar sfogo alla loro frustrazione è ovviamente quello dei morti.

maschere giapponesiNumerosi sono infatti i racconti in cui giovani donne tradite in vita dai loro uomini o maltrattate finiscono per ritornare dal mondo dei morti per chiedere vendetta e per perseguire i loro aguzzini. A tal proposito vale la pena di ricordare alcune di queste leggende, prima fra tutte quella di Okiku, giovane serva feudale che, dopo essere stata uccisa dal suo padrone e gettata in un pozzo assieme al suo servizio di piatti, ogni notte riemergeva sotto forma di spirito contando alla rovescia in base al numero delle porcellane rotte (è da qui che Suzuki ha tratto spunto per il personaggio di Sadako).

Famosa è anche la leggenda di Oiwa, la quale, dopo essere stata avvelenata e orribilmente sfigurata dal marito, ritornò a perseguitare lui e l’amante. Gli spiriti femminili finiscono inoltre per subire delle orrende trasformazioni, come avviene con numerose figure che includono la Okionna (la donna delle nevi), la Futakukionna (donna dalle due bocche, di cui una in testa), la Rokurokubi (donna dal lungo collo) e il Nukekubi (donna senza corpo), senza dimenticare la famelica Gekionna (la donna-gatto).

Le leggende metropolitane del nuovo secolo hanno poi introdotto nuove figure spiritiche, soprattutto nelle comunità dei giovani teenagers e scolari. Ne sono un esempio le figure di Hanako-san (la ragazza fantasma che si nasconde nei gabinetti dei licei), la Teke-Teke (la donna tagliata in due) e soprattutto la celebre Kuchisake-onna (la donna dalla bocca lacerata).

Un ulteriore elemento intimamente connesso con il mondo degli spiriti è sicuramente l’acqua, simbolo femminino per eccellenza che accompagna la maggioranza delle apparizioni (notissimi gli esempi di Ringu e soprattutto di Dark Water).

Da un punto di vista cinematografico, il tema dei così detti film di fantasmi (meglio noti come kaidan-eiga, o volgarmente obake-mono) iniziarono a interessare i registi fin dalle origini del cinema nipponico, dato che essi provenivano direttamente dalle rappresentazioni kabuki.

Già durante gli anni ’10, infatti, Shozo Makino, considerato il padre del cinema giapponese, decise di riprendere alcune rappresentazioni teatrali no che avevano come tema le classiche leggende di Oiwa, Okiku e il celebre racconto della Lanterna con le peonie (storia del fantasma di una donna innamorata che ritorna per stare col proprio uomo e finisce per ucciderlo).

Tralasciando queste primordiali esperienze di teatro filmato, bisognerà attendere fino al 1956 quando finalmente, grazie al regista Nakagawa Nobuo venne per la prima volta portato sullo schermo (a colori) il celebre racconto di Oiwa, grazie al film Ghost of Yotsuya. Questo film è universalmente considerato come il capostipite dei kaidan-eiga, in quanto per la prima volta in esso viene oscurata la componente romantica per esaltare l’aspetto inquietante e malefico.

Nobuo sarà dunque il primo regista ad affrontare concretamente il territorio dell’horror soprannaturale, grazie ad alcune pellicole come Jigoku (1960), Kaidan Hebi-onna (1968) e tante altre che codificarono definitivamente il genere.

Parallelamente a Nobuo, anche atri registi nipponici si cimentarono in questi nuovi territori orrorifici, e tra di essi troviamo Masaki Kobayashi col suo stupendo Kaidan (1964), suddiviso in tre celebri racconti di spettri ispirati visivamente al teatro kabuki e soprattutto Kaneto Shindo, che con il celebre Onibaba (1964) e il mediocre Kuroneko (1968) introdusse rispettivamente la figura delle donne assassine e della donna-gatto.

j-horrorNel corso dei successivi quarant’anni, il fenomeno dei kaidan-eiga continuò a crescere e a evolversi, rimanendo però confinato nei territori nazionali e dunque sconosciuto al mondo occidentale. Rara eccezione può essere considerato ad esempio il bellissimo film diretto da Kenji Mizoguchi nel 1953 intitolato I racconti della luna pallida d’agosto, il quale unisce due racconti tratti dal celebre Ugetszu Monogatari di Ueda Akinari e che vinse il Leone d’argento alla Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia.

In esso, purtroppo, non è chiaramente reperibile tutta quella serie di elementi tematici e iconografici che saranno invece definitivamente introdotti in occidente a partire dal 1998 con Ringu e i suoi compagni di celluloide.

Il ventunesimo secolo segna dunque la definitiva consacrazione del filone horror nipponico, il quale ha saputo esportare nel Vecchio Mondo tutta la sua mole di leggende e storie legate al mondo degli spettri, rendendo di fatto i suoi prodotti appetibili al pubblico americano e occidentale e plasmando un intero immaginario.

A testimonianza di ciò è la contro-ondata di remake messa in atto dagli studios hollywoodiani nei confronti delle pellicole dell’orrore nipponiche, molte volte dirette dagli stessi registi degli originali (basti pensare al caso della trilogia di The Grudge, diretta dallo stesso Shimizu, autore del master di Ju-On), mentre è possibile in seguito riscontrare delle mediocri imitazioni stilistiche come nel caso di The Ring (2002) di Gore Verbinski (tratto da Ringu), One Missed Call (2008) di Eric Valette (tratto da The Call), per poi sconfinare nei remake extra-nipponici come The Uninvited (2009) dai fratelli Guard e tratto dal bellissimo Two Sisters (2003) del coreano Kim Ji-woon o anche The Eye (2008) tratto dall’omonimo dei fratelli Pang.

Ciò che si nota nei corrispettivi occidentali è però non solo la completa mancanza di suggestioni rispetto agli originali, dove il silenzio, le pause e il non visto costituivano degli innovativi e terrificanti elementi di orrore, ma oltretutto in essi manca completamente l’impatto emotivo e psicologico dei loro maestri, riducendo tutto a una mera copia iconografica delle figure spiritiche del Sol Levante.

I film dell’orrore nipponici (e in generale quelli di tutta l’Asia) tendono a non sfruttare le classiche strutture dell’orrore occidentale (sangue, violenza esplicita, colpi sonori), ma al contrario tendono a creare inquietanti e disturbanti atmosfere rarefatte di orrore mediante lunghe pause in cui nulla viene mostrato e molto viene suggerito. Insomma, un orrore prettamente psicologico.

Analizzando approfonditamente queste pellicole, notiamo come i fantasmi del nuovo millennio, pur con i dovuti adeguamenti tecnologici, rimangono sempre confinati in un contesto in cui sono la rabbia, il rancore e la vendetta a riportare le anime nel mondo dei vivi (così come nei loro antenati), e tutti questi elementi di rimorso e di furia vengono elargiti ai malcapitati sotto forma di terribili maledizioni che si trasmettono come un virus mediante i nuovi strumenti di comunicazione (le videocassette in Ringu, i cellulari in The Call) o mediante una profonda e radicata infestazione che si lega al luogo della morte (come in Ju-On).

Al di là dei classici elementi iconografici ormai ben consolidati (capelli neri, veste bianca, ecc…) è interessante notare come le figure fantasmatiche abbiano conservato addirittura le motivazioni e le strutture delle vecchie leggende da cui essi derivano, seppur codificandole nella società contemporanea.

A tal proposito è degno l’esempio di Kiyoshi Kurosawa, il quale, grazie al suo celebre Kairo (2001), anch’esso vittima di un remake dal titolo Pulse (2006), ci propone una sconvolgente realtà in cui i fantasmi, attraverso la rete internet, ritornano per sterminare l’umanità.

kairoAllo stesso modo ritroviamo grande innovazione anche nel meno noto Shutter (2004) del thailandese Banjong Pisanthanakun, dove la vendetta di una ragazza uccisa si diffonde attraverso delle fotografie. Insomma, cambiano i mezzi di comunicazione e di diffusione ma non le storie di spettri, i quali al contrario adeguano le loro vendette ai tempi che corrono.

Il fenomeno del J-Horror, diventato nel giro di pochi anni un vero Asian-Horror, ha però avuto vita alquanto breve, dato che già a partire dal 2007 tale settore appariva sclerotizzato e affetto da una cancrena di sovrapproduzioni scadenti che altro non facevano che imitarne stilemi e contenuti.

Oggi infatti gli spettri giapponesi e asiatici non fanno quasi più parlare di sè e, tranne rare eccezioni (come nel caso di Takeshi Miike), essi paiono ormai invecchiati e fuori moda. Malgrado tutto, però, possiamo dire di essere fieri di aver potuto non solo conoscere ma anche godere del fascino e dei brividi che i fantasmi del Sol Levante hanno portato sui nostri schermi mediante i loro incubi di celluloide.

Matteo Vergani

Matteo Vergani

Studia Teoria della Comunicazione e Linguaggi Multimediali all’istituto tecnico ITSOS Albe Stainer di Milano, diplomandosi perito grafico. Nel 2012 si reca a Roma per seguire un corso di regia ad indirizzo horror e fantasy sotto la guida del regista Stefano Bessoni. In questa occasione, interessandosi al mondo dell’animazione, segue un corso di stop motion, dove apprende non solo le tecniche di costruzione e animazione passo uno, ma approfondisce la conoscenza di autori dell’Europa dell’est come Jan Svankmajer, Jiri Trinka, Stanyslaw Starevich e anche internazionali come Ray Hareyaushen e i fratelli Quay. Collabora con diverse testate online in qualità di recensore e critico cinematografico.
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