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Il gioco delle verità nel Rashomon di Kurosawa

Tre uomini si riparano da un temporale sotto le rovine di un antico edificio. Il periodo storico non è ben definito. Sappiamo soltanto che si tratta di un’epoca particolarmente infelice, dove gli uomini si tradiscono e si uccidono, e le loro parole servono solo a mentire. I primi due, un boscaiolo e un monaco, raccontano all’ultimo arrivato una storia che li ha lasciati allibiti, e ha minacciato di minare la fiducia ancestrale che da sempre hanno nutrito per il genere umano.

Morte di un samurai: storia e testimonianze

rashomonLa storia narrata nel Rashomon diretto da Akira Kurosawa nel 1950 racconta di un uomo – un samurai – trovato morto una mattina in un bosco. I testimoni dell’accaduto sono quattro: la vedova, un boscaiolo, un famoso bandito e il morto stesso, che parla attraverso una medium. Tutte e quattro le testimonianze si contraddicono tra loro, e nessuna pare essere più credibile delle altre. A questo punto il film si conclude, lasciandoci nel dubbio più totale non soltanto nei confronti della storia, ma anche di tutta l’esistenza in generale.

In effetti, il cinema di Kurosawa si mantiene ogni volta al di fuori del tempo, si assolutizza cioè fino a rappresentare situazioni esistenziali e universali, dove ciò che viene messo in scena sono i dubbi e le paure di ogni uomo, in ogni luogo e in ogni tempo. Vediamo qualche esempio.

Le rovine in cui i tre uomini si fermano a parlare sono quelle della porta d’ingresso di una città distrutta, probabilmente Kyoto. Ma le rovine rappresentano soprattutto il crollo di un’intera civiltà, e di tutte le costruzioni del pensiero e della fede; sono il simbolo visivo della tanto decantata Verità, le cui grandi fondamenta all’improvviso sono venute meno.

La vedova

rashomon vedova kimono biancoUn altro esempio di sradicamento spazio-temporale è rintracciabile nei vari interrogatori cui sono sottoposti gli imputati, uno a uno. Prendiamo il momento in cui parla la donna. Con la sua testimonianza, la vedova scagiona dall’accusa di omicidio il bandito che l’ha posseduta, attribuendosi ogni colpa. L’ambientazione ha la stessa essenzialità metafisica dei dipinti d’avanguardia.

La donna è inginocchiata all’interno di uno spazio vuoto; indossa il suo kimono bianco, simbolo della sua non più intatta purezza, e piange lacrime amare al ricordo di quanto è successo. Alle sue spalle è solo un muro orizzontale, che taglia per tre quarti l’intero spazio visivo; un muro oltre cui non è dato guardare, e che simboleggia in pieno l’impossibilità per l’uomo di attingere alla conoscenza assoluta.

Imputati senza un giudice

rashomon processo senza giudiceIn fondo, sulla destra, sono seduti i due narratori, il monaco e il boscaiolo. Sono sempre nella stessa posizione, anche durante le altre due deposizioni, quasi un pendant visivo che bilancia la presenza prominente degli attori in primo piano. I giudici, poi, sono completamente assenti: gli imputati sembrano parlare da soli; da soli si rivolgono le domande, e da soli si rispondono.

In effetti quella del giudice è la grande figura mancante: non potrebbe essere altrimenti, dal momento che non esiste una verità assoluta per la quale pronunciarsi. Non ci sono che gli uomini, al tempo stesso carnefici e vittime, destinatari e artefici della loro stessa infelicità.

Il contrappunto delle luci e dei colori – il bianco e il nero, solamente – i movimenti della donna, le sue linee di contorno, flessuose e morbide, contrapposte alla durezza dei soggetti sullo sfondo: tutto crea un’alternanza di motivi che rafforzano la drammaticità dell’insieme. I movimenti della cinepresa sono quasi impercettibili.

Una verità, tante verità

Il film è più un insieme di grandi quadri che una sequenza misurata di avvenimenti e azioni. E allora, alla fine, quale sarà la verità? Vedete voi, ci dice l’opera. Potrebbe essere una fra quelle raccontate, o un’altra che non si è detta; potrebbe persino non essercene alcuna, e l’universo essere un misto di frammenti luminosi sparpagliati nella notte. Oppure ancora, se volete, ci possono essere tante verità quante sono le bocche che le raccontano.

In questo caso, allora, nessuno dei testimoni avrebbe mentito, avendo infatti semplicemente esposto la sua verità, perché di questo si tratta. Non lo diceva Pirandello, quasi un secolo fa, in una delle sue commedie più famose? La verità non ha volto, e ha tanti nomi quante sono le persone. “Chi sono?” – diceva appunto il personaggio che la rappresentava – “Io sono colei che mi si crede”.

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