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Io la guardia, tu il ladro

Ferdinando Esposito è un ladruncolo come ce ne sono tanti, a Roma e dintorni, nell’immediato dopoguerra. Si arrabatta tra i bassifondi della capitale in cerca di un po’ di denaro o di oggetti qualsiasi da barattare, per sfamare se stesso e la famiglia.

Fin qui, niente di strano. Le difficoltà insorgono quando la sua strada lo porta a colludere con quella di un altro personaggio, una guardia stavolta, anche lui alle prese coi i problemi di ogni giorno, tra cui il suo superiore che minaccia di esautorarlo per eccesso di buonismo.

Totò e Aldo Fabrizi: l’inseguimento

Così, l’inseguimento ha inizio. Si tratta, lo capiamo da subito, di un inseguimento piuttosto buffo, anzi diremmo comico. Totò, agile e furtivo, ha dalla sua un intero contesto sociale, un intero territorio che lo copre e dentro cui si mimetizza: il territorio della mala, delle case popolari in subaffitto; i quartieri dove la miseria comune produce un sostrato di complicità naturale.

Totò inseguito mda Fabrizi in Guardie e ladriFabrizi, con la sua mole enorme, il suo fiatone, è la controfigura del predatore; il suo torto, inoltre, è quello di comprendere coloro che invece dovrebbe semplicemente arrestare e consegnare alla legge.

Con queste due psicologie così ben definite, il film Guardie e ladri di Steno si sviluppa attraverso passaggi umanissimi e commoventi, senza mai cadere però nella serietà del dramma; la risata è sempre in agguato: il mondo in fondo è assurdo e soprattutto incorreggibile.

Il ritmo della pellicola è piuttosto concitato: non ci sono punti morti, tutto è funzionale all’esigenza di
mostrare il più possibile il contesto in cui si muovono e vivono i due personaggi, e con questo aiutarci a conoscerli il più da vicino possibile.

Avversari, non nemici

Tutto il film è uno scavo profondo alla ricerca delle ragioni vere che spingono questi uomini ad agire: ragioni alle quali, veniamo a scoprire, è difficile avvicinarsi con il metro del giudizio. Ognuno ha la sua ragion d’essere, e se i due sono avversari, non per questo sono nemici.

Anzi, i due uomini con le loro famiglie interagiranno talmente tra loro, che alla fine nascerà un’intimità molto simile all’amicizia. Ma l’inseguimento non può recedere di un passo: il successo di uno, purtroppo, sarà la rovina dell’altro. È scritto così, nell’ordinamento degli uomini.

Tutto dunque si muove su di un piano concreto e immediato, ben ancorato a quel mondo preciso, a quella determinata situazione. Tuttavia, c’è un momento in cui questo ancoraggio viene meno, dove la situazione si amplifica fino ad assumere una dimensione universale.

La lunghezza della scena

La scena in questione salta subito agli occhi, innanzitutto per la sua lunghezza. L’inseguimento iniziale, dopo che Totò viene riconosciuto dal magnate americano da lui raggirato, esula certamente dall’economia generale del film.

La sua durata (quasi 12 minuti) è certamente eccessiva, se commisurata alle esigenze narrative: sarebbe bastata metà della pellicola impiegata, ai fini del racconto. Si tratta forse di una svista? Di primo acchito, sembrerebbe di si.

Se proviamo a guardare con attenzione, però, troveremo invece che il tutto è quanto mai funzionale. L’inseguimento avviene per lo più in una zona di periferia, in una terra di nessuno dove non compare anima viva, a eccezione di un gruppetto di ragazzi.

È in quella sorta di deserto che vediamo correre i nostri quattro personaggi – oltre a Totò e Fabrizi, c’è anche il tassista che esige di essere pagato (Mario Castellani) e il magnate americano, la vera causa di tutto quel trambusto.

Un’allegoria della condizione umana

Ognuno ha la sua ragione per correre: fa impressione vederli sbracciarsi e annaspare in quella solitudine vuota, coi ceppi di piante secche che spuntano dal terreno e le baracche dai tetti sfondati. Nasce a questo punto una precisa sensazione: che si tratti, in fondo, di una vera e propria allegoria della condizione umana.

Quanti al mondo, infatti, ogni giorno compiono lo stesso percorso simbolico, ognuno chiuso nelle sue ragioni, nei suoi ruoli, nei doveri che lo spingono a un eterno inseguimento? Che impressione daremmo, noi, visti dall’alto, dal di fuori, se non quella di curiosi personaggi che si rincorrono in un deserto?

A questo punto, vale la pena ricordare il titolo: Guardie e ladri, e non quella guardia, non quel ladro.

Fammi prendere fiato, e ti acchiappo io!” – dice Fabrizi, col fiatone; Totò risponde: “E io riscappo!”.

Non puoi, ormai ti sei fermato, sei preso: vieni qua!”. “A chi? Tu, vieni qua. Sei tu che mi devi arrestare!”.

Da bambini si giocava a fare i grandi; da adulti giochiamo lo stesso, e chi perde è eliminato.

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