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Kodachrome, l’iconica pellicola dei grandi fotografi

ed harris in kodachromeL’interesse per la storia della pellicola Kodachrome è stato rialimentato nel 2017 dal film Kodachrome, diretto da Mark Raso e interpretato da Ed Harris, Jason Sudeikis ed Elizabeth Olsen.

La storia – liberamente ispirata a un articolo del giornalista del New York Times A.G. Sulzberger – è quella di Ben Ryder, leggendario fotoreporter che chiede al figlio Matt di accompagnarlo a Parsons per poter sviluppare i suoi ultimi quattro rullini Kodachrome. L’ultimo desiderio di un malato terminale di cancro. La missione è complicata dal pessimo rapporto fra Matt e suo padre, esacerbato da una latitanza di 10 anni e un passato drammatico.

Dall’analogico al digitale

L’avvento del digitale ha rivoluzionato completamente la fotografia sovvertendo i concetti alla base di quest’arte, convertita in professione fin dalle sue origini. Oggi lo scatto ha in parte perduto il fascino di un tempo, dematerializzando tutto quel che comportava: il meticoloso settaggio della fotocamera, la precisione dell’inquadratura (oggi c’è Photoshop) e l’esclusività assoluta del clic (le schede SD hanno memorie sconfinate), tradotto in immagine impressionata su pellicola prima dello sviluppo su carta fotografica in camera oscura (attualmente si stampa poco e si archivia su computer).

Tanto la metodica di utilizzo quanto la filiera di estrapolazione dell’istante catturato hanno subito profondi cambiamenti. L’analogico ha ceduto il passo al digitale. Quando si dice “l’arte in evoluzione.”

La Eastman Kodak Company

la sede principale della kodakNel 1888 l’imprenditore statunitense George Eastman fondò a Rochester la storica Eastman Kodak Company, che si affermò oltreoceano più semplicemente come Kodak sullo slogan “Voi premete il pulsante, noi facciamo il resto”.

L’azienda multinazionale leader del settore ha giganteggiato per oltre un secolo nella produzione di materiale fotografico, in particolare pellicole.

Fra queste emerse il valore oggettivo del Kodachrome, pellicola invertibile per diapositive che rappresentò per tanti anni il riferimento assoluto di amatori e professionisti della fotografia analogica, ciò per l’alta fedeltà e la notevole precisione della cromatica relativa all’immagine.

Ascesa del Kodachrome

pellicole kodachromePrimo esemplare di pellicola a colori a guadagnarsi un successo planetario utilizzando il metodo sottrattivo, il Kodachrome ha dominato il mercato di massa nella sua categoria per 74 anni – dal 1935 al 2009 – proponendo formati compatibili sia nella fotografia che in ambito cinematografico. I film venivano così girati in 8 mm, Super 8, 16 mm e 35 mm, mentre 110, 120, 126, 127, 828 e grandi formati erano usati nelle fotocamere.

In realtà, il primigenio prodotto Kodachrome vide la luce nel 1915 sottoforma di negativo a colori a due lastre di vetro, ma si trattò di un esperimento piuttosto fallimentare, conseguenza di tempi ancora poco maturi per quella tecnologia. Nel 1935, invece, attecchì la pellicola diapositiva a colori con ISO 10, di grande appeal commerciale.

Si fece largo l’idea che la fotografia a colori, fino a quel momento demonizzata poiché difficile da padroneggiare, potesse diventare l’alternativa diretta al bianco e nero. Nonostante uno sviluppo faticoso, lento e costoso, il film Kodachrome sciolse qualunque riserva con la garanzia di offrire una bellezza cromatica mai vista, specialmente nella fotografia paesaggitica e ritrattistica.

L’Ektachrome

ektachromeNegli anni ’40 fu introdotta in una sorta di mercato parallelo l’Ektachrome che, rispetto al Kodachrome, dava la possibilità a professionisti e amatori di sviluppare senza l’ausilio di un laboratorio, alleggerendo il processo e diminuendo i tempi di elaborazione.

Inoltre, l’Ektachrome rendeva disponibili più sensibilità sia nelle versioni “luce naturale” (daylight) che “luce artificiale” (tungsteno). Alcune pellicole di tipo E-6 per la fotografia furono ribattezzate dalla Kodak Elite Chrome.

Kodachrome-X e Kodachrome 64

Kodak andò ben oltre e nel 1961 lanciò Kodachrome II, basata su grana più fine e un ISO 25 più performante in termini di velocità. L’anno dopo fu la volta di Kodachrome-X, il cui ISO 64 aveva ufficialmente sdoganato il potere sgargiante dell’immagine. La fotografia stava galoppando inesorabilmente verso una nuova frontiera, tanto che nel 1974 arrivò Kodachrome 64, sviluppabile con processo K-14, meno complicato del K-12 e gradito a riviste iconiche come il National Geographic e Life.

Il declino

kodachrome ritirato dal mercatoIl periodo d’oro del Kodachrome fu compreso fra il secondo dopoguerra e gli anni ’70. I primi segni di cedimento si verificarono nel corso degli anni ’80 ma la pellicola ancora reggeva bene la competizione di altre omologhe che, puntando sul rapporto qualità-prezzo, tentavano di incalzare la decana.

Con il subentrare dei sistemi video a scapito del cinema amatoriale e la rapida, inevitabile ascesa della fotografia digitale, le pellicole andarono incontro a un progressivo abbandono. Con la diminuzione della richiesta, calò proporzionalmente la produzione finché anche il Kodachrome fu costretto a sventolare bandiera bianca nel 2009.

Gli ultimi rullini sono stati sviluppati tramite processo K-14 fino al 2010 dal laboratorio Dwayne’s Photo con sede a Parsons in Kansas. L’ultimo caricatore di pellicola Kodachrome fu utilizzato dal grande fotoreporter Steve McCurry, onore concessogli dalla Eastman Kodak. Il suo scatto più famoso, ovvero il ritratto della Ragazza afgana, è in Kodachrome.

Paul Simon gli dedicò addirittura un suo pezzo datato 1973: “Kodachrome… Ti fa credere che tutto il mondo sia una giornata di sole!

Il fotografo Pietro Pasquino racconta il Kodachrome

pietro pasquino
Pietro Pasquino nel 1984 con la sua immancabile Konica T3

Di tutte queste informazioni resta l’aver compreso cosa sia stato il Kodachrome nel glorioso, analogico viatico della fotografia. Raccontare l’esperienza vissuta a contatto con questa speciale pellicola spetta, invece, alla voce autorevole di un vero artista dello scatto, uno che il corpo macchina e i suoi obiettivi li coccolava producendo immagini rare, impregnate di quelle emozioni catturate nel corso di un’esistenza e inquadrate nel mirino della sua fantastica Konica T3.

Pietro Pasquino, classe 1952, nella vita ha sperimentato tanto esercitando un genio grezzo ma estremamente efficace. Sempre ammirevole nella sua capacità di anteporre la lucida ragione all’ego (su cui ogni modo ha fatto perennemente affidamento senza timore), è un fotografo di occhio raffinato.

foto in kodachrome
Pietro Pasquino fotografa sua moglie Giusy incinta del loro primogenito nell’autunno 1980.

La passione smisurata per l’arte dell’impressione lo ha spinto negli anni ad apprendere rudimenti e tecniche applicate con l’abilità di un professionista, pur restando ancorato all’esemplare modestia dell’amatore. Se è vero che la curiosità muove la conoscenza dell’uomo, allora questo teorema si sposa alla perfezione con il suo inesauribile estro.

Non si esagera affermando che poteva essere destinato di diritto a sedere al consiglio dei grandi, affianco ad autentiche leggende come il già citato McCurry, Robert Capa, Ansel Adams ed Helmut Newton, oltre agli italiani Ferdinando Scianna e Gabriele Basilico.

Si sa, però, che per mirare ai più alti livelli occorrono mezzi, una buona dose di fortuna e, soprattutto, viaggiare da soli, sempre lontani da casa, senza famiglia. Pietro Pasquino ha scelto la famiglia, che ha trasformato nel suo miglior soggetto da immortalare. Non immaginate cosa un uomo possa fare con la propria macchina fotografica!

Lo abbiamo intervistato per carpire aneddoti e ulteriori informazioni preziose sul Kodachrome.

L’intervista

Pietro, lei utilizzava spesso la diapositiva?

contenitori diapositive
supporti diapositive per proiettore

La fotografia con pellicola negativa fino agli anni 2000 era d’uso corrente. Le prestazioni erano ottime, supportate inoltre da un ampio ventaglio di pellicole sia in B/N che a colori. La diapositiva, tuttavia, garantiva una resa magari non migliore, ma certamente diversa.

Nello specifico?

La diapositiva si rivelava ideale per gli ingrandimenti estremi e anche il mercato non professionale ne faceva largo uso. Io fotografavo anche con pellicole per diapositive o positive, però queste dovevano essere ‘intelaiate‘ e consultate con un apposito proiettore in una stanza buia o poco illuminata. Molto scomodo. La resa giustificava in parte il lavoro di proiezione. Io usavo un proiettore Prestinox fra gli anni ’70 e ’90.

I costi erano accessibili in termini di sviluppo?

diapositive intelaiate
da 1 a 4 diapositive telaio in cartone
da 5 a 7 telaio in plastica
8 telaio in vetro

Queste pellicole venivano acquistate nei negozi di fotografia in rullini di 12/24/36 pose e nel prezzo era incluso lo ‘sviluppo’. All’atto del ritiro in laboratorio, ci venivano consegnate all’interno di scatoline gialle alla base o opache sopra. I colori di Kodak.

I prezzi erano decisamente più alti della normale pellicola.

Nella scatola le diapositive erano comprese di telaio in ‘cartoncino’, il sistema era il Kodachrome e le pellicole avevano sensibilità ASA (o ISO) 24 oppure 64. Esisteva una tangibile criticità nella scelta di tempi e diaframma di scatto, che dovevano essere piuttosto precisi.

Ci incuriosisce la questione del telaio in cartoncino.

L’intelaiatura in cartone si rivelò nel tempo soggetta a parecchi problemi di incollaggio, sicché alcuni fotografi, me compreso, preferivano togliere il cartone e reintelaiare in plastica o in vetro. Telai di questi materiali venivano venduti a parte nei negozi specializzati.

Nel suo archivio dispone di molte diapositive Kodachrome?

Noi giovani squattrinati usavamo le diapositive solo in occasioni particolari, cioè per foto dove la risoluzione e i colori saturi erano importanti e decisivi per la resa finale, ad esempio paesaggi.

Samuele Pasquino

Samuele Pasquino

Laureato in Lettere Moderne e giornalista pubblicista freelance, sono il creatore e direttore responsabile di Recencinema.it, appassionato della Settima Arte e scrittore eclettico.
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