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La bambina con il cappottino rosso

schindler's list bambina con cappottino rossoDa Schindler’s list, di Steven Spielberg, 1993

Strano a dirsi, siamo abituati a immaginare gran parte della storia del primo Novecento in bianco e nero. I filmati, le fotografie, i documentari ci hanno ormai consolidato in quest’idea: riesce davvero difficile pensare a Mussolini, Hitler, Giolitti, Vittorio Emanuele altrimenti che in una scala di grigi.

Quest’impressione è talmente radicata, che ci troviamo a guardare involontariamente con sospetto a tutte le ricostruzioni posteriori, dotate di ogni sfumatura cromatica. La scelta di Spielberg, dunque, di girare il suo film sulla Shoah, Schindler’s List, quasi completamente in bianco e nero, non è stata dettata da ragioni di ordine estetico, bensì da vere e proprie esigenze di realismo.

C’è un solo momento, in tutta l’opera, a parte la conclusione e l’inizio, in cui compare una macchia di colore, ed è il massacro del ghetto di Cracovia. Si tratta certamente di una delle scene più drammatiche dell’intera pellicola, sconvolgente per  l’oggettività della ricostruzione e la crudezza delle immagini.

Oskar Schindler (Liam Neeson), un abilissimo industriale arricchitosi durante la guerra proprio grazie ai prestiti e alla manodopera degli ebrei, al rientro da una passeggiata a cavallo insieme all’amante si ritrova davanti lo spettacolo orribile della deportazione: migliaia di ebrei vengono caricati sui treni e convogliati direttamente al campo di Kraków-Plaszów; gli altri, quelli giudicati ‘inabili’ ai lavori, vengono uccisi al’istante, senza pietà.

È questo il momento in cui Schindler si accorge veramente di quanto sta accadendo intorno a lui, e decide in cuor suo di fare tutto il possibile per salvare il maggior numero di ebrei da quella sorte terribile. La sequenza dell’invasione del ghetto è straordinaria sotto tutti i punti di vista, dalla perizia registica al valore di testimonianza di ogni singola immagine.

La tecnica di ripresa si basa sul piazzamento di più cineprese possibili, così da disporre poi in fase di montaggio di una serie illimitata di sequenze e angolazioni. L’occhio della telecamera è assolutamente instabile: ispirandosi infatti ai combat film, Spielberg ripropone situazioni in cui  l’obiettivo non è centrato, si sposta rapidamente da destra a sinistra, si muove insieme a tutto il resto della troupe.

Si ottiene in questo modo un effetto di totale immersione, per cui lo sguardo della cinepresa è assimilabile a quello di una persona che partecipa ai fatti: è uno sguardo irrequieto, parziale, incompleto. Gli avvenimenti accadono indipendentemente dal fatto che li si inquadri o meno: la sensazione di realismo in questo modo si accentua, secondo uno stile che era tipico di molti registi neorealisti.

Nella Storia si confonde una miriade di altre storie: la famiglia che inghiottisce i preziosi per non farli cadere in mano ai soldati; la madre che cerca disperatamente un nascondiglio per la figlia, e viene continuamente cacciata; il fuggitivo che, aggirandosi nel clima irreale del ghetto deserto, si imbatte in un plotone di SS e si salva per miracolo, dichiarando di essere stato inviato a raccogliere i bagagli abbandonati dalle vittime; il ragazzino che tenta la fuga e viene abbrancato, sospeso in aria e fucilato, in un controcampo rapidissimo e scioccante.

Perché è questo ciò che Spielberg riesce a fare in questo film: raccontare cioè una tragedia così immane con la sola forza delle immagini, senza apologie o retorica. A un certo punto, Schindler intravede, in una strada affollata in cui si sta consumando l’eccidio, una bambina sola, vestita con un cappottino rosso, che si aggira senza alcuna meta. Evidentemente ha perduto la madre, non ha più una famiglia, è rimasta da sola in mezzo a quel mondo brutale.

Schindler la segue con gli occhi: i primi piani si alternano al campo lungo. I rumori intorno a lei diminuiscono, fino quasi a scomparire del tutto; si sente invece un canto struggente, una ninnananna dolcissima che fa da contraltare alle violenze che si perpetuano intorno. Sembra quasi di vedere l’Innocenza stessa attraversare quei vicoli stretti, quelle strade intrise di sangue: nessuno la vede, nessuno si accorge di lei.

Alla fine, trovato un portone socchiuso, entra in una casa; in una stanza abbandonata trova un letto, vi si nasconde sotto, coprendosi le orecchie con le piccole mani. Poi la cinepresa la perde, troppo occupata a raccontare quanto avviene lì fuori. La ritroveremo in seguito, un corpicino rosso tra altri corpi in bianco e nero, in un carrettino destinato alle fiamme. Ecco. Possiamo dimenticare tutto, la trama, gli attori, le musiche; tutto. Quell’immagine non la dimenticheremo mai.

Guarda la scena.

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