- Cinefocus, Scene memorabili

La morte di Ettore in Mamma Roma

Il cinema di Pasolini, oggi, sarebbe un anacronismo incomprensibile. Forse, tra i grandi, il regista bolognese è stato l’ultimo epigono di una gloriosa e audace famiglia, quella degli sperimentatori della Settima Arte. Questo non solo perché lui, in fondo, era un autodidatta.

La purezza del cinema di Pasolini

Il suo cinema rappresenta una continua ricerca, uno scandagliare le risorse del linguaggio visivo, per immagini, una volta accantonato quello letterario. Nei suoi film ritroviamo lo stesso sapore terroso dei suoi libri; negli occhi dei suoi attori rinveniamo la stessa disperata ricerca di aiuto.

Così, non è solamente l’attore preso dalla strada, né il linguaggio suburbano della capitale; quello che veramente infrange lo schermo e penetra nelle nostre coscienze è la purezza quasi infantile con cui le sue storie vengono messe in scena.

I movimenti della cinepresa sono involuti e a volte persino goffi: ma quanta efficacia espressiva, in questo! Come chi punta dritto alla sostanza, tralasciando ogni giro di parole che non sia strettamente necessario. Ancora: la poesia scaturisce quasi spontaneamente dagli ambienti e dalle azioni dei personaggi, protagonisti eppure vittime del mondo caotico che li circonda.

Non dimentichiamo, infine, il rapporto strettissimo che lega il cinema di Pasolini alla tragedia greca: Medea e soprattutto Edipo Re saranno la risultante naturale di tutta la sua sperimentazione. Ananke, la Necessità, guida le azioni di questi personaggi. Li sovrasta un amaro destino, da cui non possono sfuggire.

Ettore: flagellazione e lamento

La scena che andremo ad analizzare è una delle ultime del monumentale Mamma Roma. Ettore, il giovane protagonista (Ettore Garofolo, stesso nome e cognome del suo personaggio), è stato sorpreso a rubare all’interno di un ospedale.

Curiosità: il paziente che lo scopre e lo denuncia è Lamberto Maggiorani, il protagonista di Ladri di biciclette di Vittorio De Sica.

ettore garofolo in mamma romaEttore viene preso e rinchiuso con altri pazienti, e sorvegliato a vista. Qui la fotografia si fa nitidissima. La stanza d’ospedale è alienante, squallida nel suo grigiore; da un’apertura sul soffitto penetra un raggio di luce, quasi l’allegoria di una salvezza in cui il giovane ormai non può più sperare.

Sì, perché da questo punto in poi, tutto assume il sapore proprio di una grande metafora, umana e cristiana. L’ospedale da ricovero diventa una prigione, in cui non esiste più nessun calore affettivo. La malattia diventa un pretesto: chi è rinchiuso lì dentro alla fine non conta (in fondo Ettore è figlio di una prostituta), e può scomparire senza troppo rumore.

La sofferenza del ragazzo, poi, lo scherno degli altri pazienti (o soldati?), richiamano fortemente la flagellazione di Cristo. L’analogia prosegue nelle sequenze immediatamente successive, quando uno dei pazienti recita a memoria un canto dell’Inferno di Dante: quale migliore allusione?

Il ragazzo dà in escandescenze, non vuole più stare lì dentro (non vuole accettare il suo Calice?). Viene quindi rinchiuso in un altro stanzino, legato a un letto e lasciato in isolamento. Il suo lamento è straziante.

Una lenta agonia: dalla Crocifissione al Cristo morto

cristo morto mantegnaLa febbre del giovane, la lenta agonia, la sua posizione stessa sul letto richiamano alla mente la stessa Crocifissione. Di più: l’inquadratura dai piedi del letto crea una forzatura di prospettiva che rievoca un dipinto del Mantegna molto famoso, amato da Pasolini e dal suo maestro dell’università, Roberto Longhi, ovvero il Cristo morto.

La musica di Vivaldi crea uno struggente contrappunto a quella tragica situazione, mentre la voce di Ettore si perde tra quelle pareti silenziose, e il suo grido di aiuto rimane inascoltato. Quanta poesia sprigionano queste scene?

La disperazione di Mamma Roma

anna magnani in mamma romaIl suo ultimo pensiero è per la madre, la donna che ha sempre cercato di aiutarlo, di rendere la vita di suo figlio migliore della sua; una madre a volte ossessiva, ma sempre devota alla sua felicità.

Con uno stacco, ci appare proprio lei, interpretata da una straordinaria Anna Magnani (la musica di sottofondo invece prosegue, funge da collante del montaggio).

Per strada, la donna (soprannominata “Mamma Roma”) è mamma romaaccompagnata da altri poveracci come lei, che cercano continuamente di non annegare nel gorgo della vita. Uno di questi la consola: “Nun ce pensate, a sora Ro’, è acqua che passa, è acqua che passa”.

Invece il figlio è morto. E quando Mamma Roma se ne accorge (novella Madonna di un figlio del popolo), nella sua disperazione non ha un cielo a cui rivolgersi.

Nell’inquadratura finale, in soggettiva, vediamo ciò che vede lei: la città di Roma, grande, grandissima, una grande Madre che le ha rubato il figlio.

Guarda la scena

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *