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La solitudine dei figli diversi

Non esistono conflitti interiori che la poesia non sappia spiegare e non ci sono drammi esistenziali che il cinema non possa rappresentare.

Lo sanno bene i poeti e lo sa bene Marco Tullio Giordana, che in una delle scene più commoventi del film I cento passi fa della poetica del cineasta e scrittore Pier Paolo Pasolini – personalità tanto amata dal regista quanto dal protagonista – uno strumento significativo per la descrizione della sfera psico-emotiva di Peppino Impastato.

La madre, suo figlio: un’emozionante complicità

madre e figlio i cento passiFelicia Impastato (Lucia Sardo) si reca in visita dal figlio Peppino (Luigi Lo Cascio) il quale, allontanato dalla casa paterna per i continui conflitti familiari, si è stabilmente trasferito nel garage di famiglia. Pare che non manchi nulla nella valigia che mamma Felicia gli ha consegnato: ci sono i vestiti, i quaderni piacentini e c’è anche Pasolini.

La cinepresa è discreta mentre riprende i personaggi in secondo piano immersi in una silenziosa penombra. Silenzio che Peppino non tarda a infrangere con la sua ironica vitalità quando intona solenne Le ceneri di Gramsci. La madre giudica troppo indisciplinata quell’energia e lo richiama a toni più decorosi.

Anche fuori, in strada, c’è silenzio e lo potrebbero sentire tutti. Peppino è seduto sulla sua brandina e sorride divertito davanti a quel rimprovero, è un bambino ancora troppo vivace. Allora legge alla madre un’altra poesia, ma stavolta più piano.

E’ difficile dire con parole di figlio ciò a cui nel cuore ben poco assomiglio. Tu sei sola al mondo che sa, del mio cuore, ciò che è stato sempre, prima d’ogni altro amore”.

Pubblicata nel 1964, Supplica a mia madre di Pier Paolo Pasolini è una lirica struggente con la quale il poeta confessa alla madre la propria diversità sessuale dichiarandole l’impossibilità di amare qualsiasi altra donna. Peppino sussurra nella scena queste parole e, come il poeta, ha difficoltà a esprimere la natura del suo essere perché non si sente di assomigliare a nulla della realtà che lo circonda.

Lui non è come gli altri, come tutti gli altri figli di Cinisi che non si accorgono di niente e non potrà essere uguale agli altri perché è il figlio di un mafioso. “Che sono belle, queste parole“ – dice mamma Felicia. “Le puoi dire pure tu” – risponde Peppino. Felicia è completamente dedita alla famiglia, e cose come la poesia non possono trovare spazio nell’esistenza di una donna e madre sottomessa alla realtà maschilista e patriarcale del tempo.

Come tutti i figli “diversi”, Peppino è consapevole che la verità è necessaria a smuovere le coscienze e affida le parole della sua confessione alla madre preannunciandone il proprio riscatto morale. Esso ha luogo verso la fine del film quando, durante la veglia funebre del ragazzo, Felicia, madre non più inconsapevole, prende le distanze dalle premure di circostanza dei parenti mafiosi che hanno ucciso suo figlio.

Durante un dialogo con uno di loro dirà: “No, non era uno di voi”. Felicia, dopo una prima timida esitazione, comincia a leggere dal volume che il figlio la esorta a prendere tra le mani.

Parole struggenti di una poesia senza tempo

lucia sardo felicia impastato

Peppino ascolta quelle parole sospese a mezz’aria sulla scena, sono struggenti e cariche di tensione emotiva che la cinepresa coglie con riprese “immobili”.

Tutto è fermo, appeso a quel silenzio interrotto solo dalla voce che recita lenta quei versi.

Peppino è dietro, poco distante dalla figura della madre, ha le braccia conserte. Il profilo del suo corpo seminudo è riflesso su uno specchio esattamente come la sua anima si riflette su quelle frasi ellittiche:

Per questo devo dirti ciò ch’è orrendo conoscere;

è dentro la tua grazia che nasce la mia angoscia.

Sei insostituibile.

Per questo è dannata

alla solitudine la vita che mi hai data.

E non voglio esser solo.

Ho un’infinita fame

d’amore, dell’amore di corpi senza anima.

Perché l’anima è in te, sei tu, ma tu

sei mia madre e il tuo amore è la mia schiavitù

pasolini e sua madreQuello di Pasolini è un linguaggio poetico tragico e passionale che esprime, anche se non apertamente, tutto il conflitto edipico che il poeta ha attraversato dalla sua infanzia fino all’età adulta. Il suo disagio interiore, infatti, secondo la critica è da attribuirsi al suo amore unico e insostituibile per la madre.

Il finale della poesia è una supplica del poeta che chiede di non essere lasciato solo.

Guarda la scena.

Il testo integrale di “Supplica a mia madre”

E’ difficile dire con parole di figlio
ciò a cui nel cuore ben poco assomiglio.
Tu sei la sola al mondo che sa, del mio cuore,
ciò che è stato sempre, prima d’ogni altro amore.
Per questo devo dirti ciò ch’è orrendo conoscere:
è dentro la tua grazia che nasce la mia angoscia.
Sei insostituibile. Per questo è dannata
alla solitudine la vita che mi hai data.
E non voglio esser solo. Ho un’infinita fame
d’amore, dell’amore di corpi senza anima.
Perché l’anima è in te, sei tu, ma tu
sei mia madre e il tuo amore è la mia schiavitù:
ho passato l’infanzia schiavo di questo senso
alto, irrimediabile, di un impegno immenso.
Era l’unico modo per sentire la vita,
l’unica tinta, l’unica forma: ora è finita.
Sopravviviamo: ed è la confusione di una vita rinata fuori dalla ragione.
Ti supplico, ah, ti supplico: non voler morire.
Sono qui, solo, con te, in un futuro aprile.

La poesia recitata da Pasolini.

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Maria Enea

Palermo 1983. Di me si potrebbe dire che leggo troppo, immagino troppo e poi? il mondo reale non mi piace. Come fuggo dalla realtà? con i miei libri e naturalmente con il cinema. Sono un'appassionata innamorata della parola scritta e della comunicazione. Amo leggere ed è leggendo che ho capito di volere scrivere. Studio da autodidatta scrittura creativa (ci provo perchè non è sempre facile) e qui su Recencinema.it scrivo dei miei film preferiti. Dal 2009 gioco a fare l'attrice collaborando con un'associazione di produzione cinematografica no profit impegnata nella sensibilizzazione contro l'inquinamento ambientale. Per controllare la mia dizione imparo a memoria i monologhi dei film e registro la mia voce sul cellulare. Il mio sogno nel cassetto? Vedere pubblicato il mio libro. Quando la realtà mi chiama sono un'assistente precaria del sud Italia alle prese con" specchietti" e "specilli" da odontoiatra. Disegno da quando ero bambina e definisco la mia attività da ritrattista una terapia d'urto contro lo stress del "mondo reale".
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