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L’evoluzione del piano sequenza: da Nodo alla gola a Pieces of a woman

travaglioKornél Mundruczó e Kata Wéber sono i fautori di Pieces of a Woman (2020). Regista l’uno e sceneggiatrice l’altra, hanno entrambi saputo rendere tangibile il dolore provato da Martha (Vanessa Kirby) e Sean (Shia LaBeouf), giovane coppia di Boston che sta per dare alla luce la sua prima bambina.

Il film inizia densamente grazie alla fusione della maestranza di regia, sceneggiatura e interpretazione. Una mezz’ora durante la quale assistiamo alla rottura delle acque di Martha, al travaglio, alla nascita e alla morte. Trenta minuti potenti, carichi di emozioni che ci permettono di assistere senza mai staccare lo sguardo dallo schermo o perdere l’attenzione. Abbiamo l’opportunità di tenere il nostro sguardo vigile e di essere veramente degli spettatori.

Pieces of a woman: la scena

vanessa kirby pieces of a womanDal momento in cui si rompono le acque, Martha prova un crescendo di dolore e ci sembra di essere lì con lei a guardarla e a supportarla, in silenzio. Sean fa di tutto per starle vicino. Chiama immediatamente l’ostetrica perché hanno deciso di far nascere la loro bambina in casa.

Il fatto che la loro ostetrica fosse impegnata in un altro parto è un contrattempo, un imprevisto, un presagio che qualcosa possa andare storto senza di lei. Martha è sconfortata ma sopraffatta dal dolore.

L’attesa è lunga e intanto il momento cruciale si avvicina sempre più. L’arrivo dell’ostetrica di soccorso ci fa comunque dare un sospiro di sollievo, come se il travaglio fosse quasi giunto al termine.

Invece i minuti di attesa continuano nella vasca da bagno con una Martha sempre più nauseata e piegata. Finalmente il momento è giunto, siamo in camera da letto. L’ostetrica si premura di far sdraiare Martha perché la bambina deve nascere, ora. Ascolta il battito cardiaco della piccola, non sente nulla.

ostetrica pieces of a womanEcco che l’agitazione risale, siamo ormai tutti disperati e assorbiti dai gemiti di Martha. Bisogna chiamare un’ambulanza perché la bambina potrebbe non farcela senza il supporto di un ospedale. Martha deve spingere, deve dare alla luce la piccola e in fretta. L’ostetrica è visibilmente preoccupata, agitata ma, allo stesso tempo, piena di speranza.

L’ambulanza non arriva, la bambina nasce e sembra che tutto sia andato per il meglio. Purtroppo scopriamo dopo poco tempo che si tratta di un’illusione temporanea. Qualche minuto dopo, la bambina non ci sarà più. Poteva vivere invece che morire? La complicazione poteva essere prevenuta se l’ambulanza fosse stata chiamata prima? È tutta colpa dell’ostetrica?

Mentre lo spettatore è portato a rispondere sì a tutte le suddette domande, inizia in questo momento il viaggio di Martha per rialzarsi, ricomporsi e rinascere da un dolore che nessun genitore dovrebbe mai provare e che è capace di distruggere in mille pieces.

Il piano sequenza di Mundruczó

partoLa scelta del regista di utilizzare un piano sequenza di 24 minuti non è casuale. L’obiettivo è porre lo spettatore nello stesso piano spazio-temporale dei protagonisti. Ci fa entrare nella loro dimensione domestica e in essa veniamo letteralmente accolti. Abbiamo la sensazione di essere lì con loro.

Siamo spettatori silenti e latitanti. Guardiamo con attenzione la scena perché è magnetica, elettrizzante, sconvolgente e magnifica allo stesso tempo. Seguiamo Martha e Sean in tutto e per tutto senza mai essere lasciati indietro.

È un’occasione autentica di partecipazione. Vediamo i loro sguardi e il loro stato d’animo, sentiamo le loro voci e le loro emozioni. Ci troviamo partecipi di un dramma reso così vivo non solo grazie all’indiscutibile interpretazione di Vanessa Kirby e Shia LaBeouf ma anche grazie alla regia.

Il piano sequenza ha come caratteristica fondamentale quella di creare una sequenza composta da un’unica inquadratura o piano. E sembra che Mundruczó voglia fare proprio questo: portarci sullo stesso piano dei suoi protagonisti.

Il piano sequenza di Hitchcock

nodo alla gola scenaQuella del piano sequenza è una tecnica che è stata usata da tanti registi e ha da sempre come obiettivo quello di narrare l’azione in tempo reale.

Alfred Hitchcock, ad esempio, ha mostrato grande abilità nell’utilizzarla soprattutto in Nodo alla gola, diretto nell’ormai lontano 1948. All’epoca le tecnologie non erano avanzate come quelle odierne, di conseguenza fare un piano sequenza significava mettere in atto tutta la creatività a disposizione.

Le pellicole erano ingombranti e difficilmente si avevano a disposizione contenitori tanto capienti da riuscire a ospitarne una capace di reggere la lunghezza del piano sequenza. Insomma, nel secolo scorso i mezzi erano scarsi e i registi dovevano munirsi di tutto il loro ingegno. Hitchcock fu uno dei cineasti più abili e capaci.

Nel suo film, in realtà, non assistiamo a un vero e proprio piano sequenza perché la pellicola aveva una capacità limitata e tendeva a esaurirsi. Di conseguenza, essa è pura derivazione da otto lunghe inquadrature tagliate e poi poste in successione grazie a escamotages che ci danno l’illusione di vedere la scena senza interruzioni.

Oggi sappiamo che nel momento in cui Hitchcock inquadrava un libro o un mobile, ecco che lì veniva cambiata la pellicola. Un lavoro preciso e praticamente all’altezza della potenzialità che oggi il digitale mette a disposizione del cinema e non solo.

Laura Derio

Laura Derio

Nata a Cagliari nel 1994, Laura decide di dedicare i suoi studi ai linguaggi e alla comunicazione. Si laurea in Italianistica, Scienze linguistiche e Culture letterarie europee presso l’Università di Bologna ed è così che è iniziato il suo percorso nel mondo editoriale. Oggi scrive di ciò che la appassiona di più: il cinema, l’arte, la cultura.
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