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L’horror come metafora politica e socioculturale

noi filmNoi è l’opera seconda di Jordan Peele, già noto per il suo sconvolgente Scappa – Get out, con cui ha ottenuto la candidatura per miglior film dell’anno agli Academy Awards del 2018.

Si tratta di un caso più unico che raro, in quanto non solo il regista si è fatto notare a livello internazionale per la sua opera prima, ma anche perché difficilmente una pellicola di genere riesce a ottenere una così ampia visibilità agli Academy.

Scappa – Get out è infatti un film horror ma, come il più recente Noi, ha un’accezione ben più estesa: vuole infatti svelare il razzismo nelle sue forme più abiette, che spesso si cela dietro una patina di finto perbenismo.

scappa - get outNoi non è naturalmente da meno e, anzi, presenta una lettura a più livelli, un’affascinante riflessione sull’io e la società. La trama risulta all’apparenza semplice: una famiglia si reca nella casa al mare per passare le vacanze, ma una notte si ritrova davanti alla porta dei bizzarri individui, nell’aspetto identici a loro ma violenti e animaleschi.

Da una parte il film vuole indagare una società in cui il divario fra ricchi e poveri è sempre più ampio e questi ultimi, che in realtà non hanno nulla di diverso dai benestanti, sono relegati ai margini della società, in uno stato quasi di segregazione e totale isolamento.

la notte dei morti viventi romeroVi sono inoltre dei riferimenti politici e storici ben precisi: in una prima sequenza ambientata negli anni Ottanta, infatti, compare il simbolo di Hands Across America, una iniziativa benefica promossa nel maggio 1986, che gioca poi un ruolo fondamentale nella narrazione. Il messaggio è dunque quello di impegnarsi per un mondo più solidale.

L’ultima fatica di Jordan Peele può essere letta anche in chiave psicoanalitica: il tema del doppio, così usato nella storia del cinema e nella letteratura, può essere interpretato in questo caso con la perenne lotta interiore dell’individuo, fra la sua parte razionale e l’io primordiale.

Tuttavia, Peele non è di certo il primo che utilizza il genere horror per veicolare messaggi politici e socioculturali, anzi. Già nel 1968 George A. Romero trasmise messaggi molto forti contro il razzismo nel suo La notte dei morti viventi, dove la resistenza contro gli zombie è capitanata da un uomo di colore (fatto, in quegli anni, pressoché impensabile).

jennifer lawrence motherVi sono anche molti esempi recenti. Mother!, film del 2017 diretto da Darren Aronofsky, è decisamente un horror che va molto al di là dei semplici jumps scare: l’inquietante vicenda di una coppia, lui scrittore in crisi creativa, lei moglie innamorata e devota alla casa, diventa il pretesto per mettere in scena non solo un discorso ecologista sul maltrattamento della Terra, ma anche una straordinaria parabola biblica.

La vita dei due, infatti, viene turbata dall’arrivo di un ospite inaspettato, un anziano uomo che si è perso nel bosco e che viene accolto dal marito a braccia aperte, malgrado la riluttanza della moglie. L’uomo altri non è che Adamo, il primo essere umano che ispira il marito, Dio, per la scrittura della sua opera.

La casa comincia via via a diventare sempre più affollata, con persone che vanno e vengono, pretendendo ospitalità e distruggendo ogni cosa, davanti allo sguardo impotente della moglie, che nulla può contro la ferrea volontà del marito di aiutare e accogliere chiunque. È la storia dell’uomo, devoto a Dio ma ingrato verso la Madre, la Terra, che non si preoccupa di distruggere.

it followsAnche It follows, horror presentato al Festival  di  Cannes del 2014, è un’amara metafora della sessualità disordinata e dei pericoli che ne conseguono. Una strana maledizione trasmissibile sessualmente colpisce infatti la ragazza protagonista, perseguitata da una figura misteriosa che continua a seguirla silenziosamente, assumendo qualunque aspetto, dai più inquietanti ai più rassicuranti risultando, così, fatalmente ingannevole.

Ma perché proprio il genere horror si presta a questa particolare esigenza espressiva? Uno dei motivi è senza dubbio il suo carattere surreale, che permette pertanto delle licenze poetiche di carattere metafisico e simbolista. Un altro motivo può essere dovuto al fatto che la paura, la rabbia e il dolore, emozioni che un horror di buona qualità suscita, sono catartiche: lo spettatore vive le situazioni sullo schermo, ma in terza persona.

Mantiene, quindi, una sorta di distacco da ciò che accade, quella giusta distanza che gli consente di vivere le emozioni dei protagonisti, ma in maniera edulcorata. In questo modo, non essendo sopraffatto dalle sensazioni, può riflettere sulle vicende narrate e addirittura trovarsi davanti alle sue paure ancestrali ma in un ambiente protetto, in cui il compito di affrontarle è delegato all’altro sullo schermo.

Questo insieme di elementi spiega come mai il genere horror sia uno dei più indicati per trasmettere dei contenuti metaforici e, nei casi più fortunati, fare profonde riflessioni in merito alla cultura e alla società contemporanee.

Giulia Losi

Giulia Losi

Giulia Losi è nata a Monza il 3 ottobre 1993. Ha frequentato l’Università degli Studi di Milano e si è laureata in Scienze dei Beni Culturali. Nel 2016 si è trasferita a Roma e ha frequentato la facoltà di Teatro, Cinema, Danza e Arti digitali alla Sapienza, dove ha conseguito la laurea specialistica. Grande appassionata di cinema, collabora attivamente con alcune testate cinematografiche, come Opere Prime e ha curato la rubrica radiofonica “Francamente me ne infischio” per Radio Base. Frequenta, inoltre, un corso di recitazione professionale.
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