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L’importanza del silenzio e la bellezza del non detto

gabriele ferzetti e lea massariIl cinema, nell’accezione più scontata del termine, è puro spettacolo visivo, ma non sempre è così. A volte la pellicola, dietro alla moltitudine di immagini che scorrono sullo schermo, cela significati nascosti, tante cose non dette che, proprio per il loro essere inespresse, rendono il tutto ancora più magico.

Non sempre il pubblico ha bisogno di vedere e sentire tutto: a volte è bello lasciare qualcosa in sospeso, per permettere alla mente di viaggiare indisturbata, pensando a quello che avrebbe potuto essere, o a ciò che si nasconde dietro a un semplice gesto, o a uno sguardo. Nessuno, meglio del grande regista Michelangelo Antonioni, è riuscito a rendere al meglio l’importanza del silenzio e del non detto.

Nei suoi film, intere psicologie vengono delineate tramite movimenti, occhi, mani che si intrecciano. Ne L’avventura (1960), primo capitolo della trilogia dell’incomunicabilità, l’apatia del rapporto fra Anna (Lea Massari) e il fidanzato Sandro (Gabriele Ferzetti) è resa tramite un semplice rapporto sessuale consumato in fretta e furia, in totale silenzio, senza neppure incrociare gli sguardi. Nella totale indifferenza scomparirà Anna, senza lasciare alcuna traccia, lasciando i suoi cari interdetti e senza risposte ai mille interrogativi che si affastellano nelle loro menti.

ferro 3Di certo la lezione di Antonioni è stata pienamente assorbita da parte della cinematografia occidentale. Il silenzio è una delle tematiche predominanti, anche e soprattutto, del cinema orientale. Ed è interessante osservare come, anche nel cinema contemporaneo, così rumoroso e carico di fronzoli, sempre alla ricerca di tutto ciò che è chiaro e netto, ci siano ancora dei cineasti che delegano gran parte del potenziale espressivo del film a ciò che non si vede e non si sente.

In Ferro 3 (2004), piccolo gioiello di Kim Ki-Duk, gran parte del suo fascino è delegato a ciò che non si vede, o rimane privo di spiegazione: una bella donna picchiata dal facoltoso marito fugge con un giovane sconosciuto in un viaggio nel quotidiano, entrando di straforo in case temporaneamente disabitate, vivendo vite altrui. Perché i due giovani fanno questo?

Non ci è dato saperlo con certezza. Non ci sono spiegazioni, né parole. Solo silenzi, interrotti talvolta da rumori quotidiani come lo scalpiccio di piedi su un pavimento, o il traffico che scorre sotto alle finestre. Eppure l’urgenza dei due protagonisti di scoprire l’umanità e dimenticare, almeno per un po’, le proprie vite, è evidente. Cosi come è evidente l’amore che provano l’uno per l’altra e che non cessa neppure quando la donna è costretta a tornare a casa e il ragazzo viene incarcerato.

la la land ryan gosling ed emma stoneIn una splendida inquadratura i loro volti, di profilo, si scambiano un lungo bacio, al di sopra della spalla del marito di lei, che la abbraccia inconsapevole. Non ci è dato sapere come si siano ricongiunti, perché il marito non si accorga di nulla e neppure se è tutto frutto dell’immaginazione di lei, o di entrambi. Non si può sapere e non sarebbe neppure giusto saperlo con certezza.

Tutto viene lasciato all’immaginazione dello spettatore, che è libero di interpretare come meglio crede ciò che ha davanti agli occhi. Così come può interpretare a suo piacimento l’immagine finale. I piedi di lui intrecciati a quelli di lei, appoggiati su una bilancia, che, però, indica solo il peso della donna: una riconciliazione con due parti opposte di sé, o la fusione di due anime in un solo corpo? La sentenza spetta solo allo spettatore.

Cambiando continente, il non detto può diventare predominante anche in un film che tutto è, meno che silenzioso. In La la land (2016) di Damien Chazelle, un trionfo di luci, colori e, soprattutto, suoni, il silenzio è il protagonista di una delle scene più belle e significative: nel finale, quando Mia, in compagnia del marito, si reca nel locale di Seb e gli sguardi dei due si incontrano, fra loro scorre un lungo, interminabile attimo. Un momento lungo una vita, in cui i due pensano a quello che sarebbe potuto succedere se avessero deciso di rimanere insieme.

Nessuno può dire se le loro immagini di felicità corrispondano al vero. Mentre i due protagonisti si pongono interrogativi sulla possibile piega che avrebbero potuto prendere le loro vite, si sorridono: un sorriso malinconico, carico di rimpianti, ma anche illuminato da un profondo sentimento nei confronti dell’altro. Un sentimento che, malgrado la lontananza, non si spegnerà mai. Quello sguardo vale ben più di mille parole e, soprattutto, permette a chi lo osserva di continuare a sognare, ancora per un po’.

Giulia Losi

Giulia Losi

Giulia Losi è nata a Monza il 3 ottobre 1993. Ha frequentato l’Università degli Studi di Milano e si è laureata in Scienze dei Beni Culturali. Nel 2016 si è trasferita a Roma e ha frequentato la facoltà di Teatro, Cinema, Danza e Arti digitali alla Sapienza, dove ha conseguito la laurea specialistica. Grande appassionata di cinema, collabora attivamente con alcune testate cinematografiche, come Opere Prime e ha curato la rubrica radiofonica “Francamente me ne infischio” per Radio Base. Frequenta, inoltre, un corso di recitazione professionale.
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