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Niente e così sia

oriana fallaci con militari statunitensiPiù che un reportage di guerra, Niente e così sia incarna il violento incontro fra riflessione e indignazione rapportato al dramma immane della lancinante guerra del Vietnam, conflitto insensato documentato in più fasi dall’indomita giornalista Oriana Fallaci, una che le notizie le reperiva immergendo tutta se stessa nel liquame in cui esse si nascondevano in attesa di una luce riesumante.

Con “L’Europeo”, la cronista fiorentina diede una validissima e autorevole testimonianza dei massacri perpetrati dalle forze militari filo-occidentali, Stati Uniti d’America in testa, alle quali corrispondevano altrettante barbarie perseguite dai vietcong. Il ventaglio sanguinolento di orribili misfatti non ha mai avuto una degna rappresentazione nel campo delle arti, del teatro, del cinema e della letteratura, ma attraverso la penna lapidaria della Fallaci ci si è almeno potuti sensibilmente avvicinare al ritratto convulso di un cancrenoso abominio fra i tanti compiuti dall’Umanità contro l’Umanità stessa.

oriana fallaci in vietnamE’ in questo contesto che ben s’inserisce l’aspra critica di Oriana nei confronti dello pseudo-animale uomo, creatura la cui definizione in bilico fra il concetto di bestia e il sarcasmo del canarino ha sempre avuto buchi neri e zone d’ombra abissali impossibili da dissipare tanto per la filosofia quanto per gli umanisti in genere. Non è dunque la guerra armata al centro di Niente e così sia, ma è la guerra delle coscienze inclini al genocidio e votate all’autodistruzione.

La struttura del libro è assimilabile alla linea narrativa diretta del trattato diaristico, una forma letteraria capace di conferire allo scrittore quella libertà che, diversamente, risulterebbe imbrigliata nei canoni formali ed estetici della “buona letteratura”. La Fallaci, però, non ha mai pensato di sottintendere convenzionalità e formalismi dal momento che in guerra l’unico modo per tentare di sopravvivere è non perdere di vista la spontaneità dell’emozione istintiva, seppur a più riprese la Fallaci indichi la freddezza (e non l’empatia) come il solo atteggiamento in grado di non farti impazzire.

oriana fallaci e françois pelouIl modo con cui ella si rivolge al lettore mira al coinvolgimento, ovvero la massima missione di un reportage, mai fine a se stesso ma strumento essenziale per portare la conoscenza alle masse lontane, ignare della crudezza che un evento bellico può recare. Ancora oggi, poche persone hanno saputo acquisire la consapevolezza dell’eccidio, e colmare dunque le migliaia di chilometri di lontananza da quella terra cosparsa di orrore ingiustificabile.

Ci ha pensato lei: “C’era la guerra in Vietnam e se uno faceva il giornalista finiva prima o poi per andarci. Perché ce lo mandavano, o perché lo chiedeva. Io l’avevo chiesto.

La giornalista inizia il racconto in punta di piedi e il suo incipit compassato ricorda il preciso momento in cui si trovò a realizzare il primo servizio ancora con i mocassini ai piedi, cosa che sbigottì non poco i militari americani con cui ella entrò in contatto in quei giorni, soldati che subito la richiamarono alla “disciplina della sopravvivenza” invitandola a calzare anfibi idonei a calcare la mistura di fango e sangue.

loanLa narrazione diventa dopo poche pagine un crescente inanellarsi di situazioni sempre più cruente che si verificano fuori dalla Agence France Press di Saigon, diretta da François Pelou (nella foto insieme a Oriana), collega e futuro amico. Insieme a lui, Oriana Fallaci ha l’opportunità di conoscere i “personaggi in cerca di autore” (Luigi Pirandello, n.d.r.) di quell’atroce teatro di guerra, svelando un fitto sottobosco di congiunzioni politiche, sporche mise en place e brutture d’ogni tipo.

Conosce così l’amara verità delle torture, delle fucilazioni, l’inutilità della religione fra i fedeli, miscredenti o finti credenti, l’asprezza del dialogo con i generali locali. Tra questi spicca Nguyen Ngoc Loan (ultima foto a destra), l’ambiguità fatta persona, un feroce condottiero non suscettibile al semplice criterio di giudizio sommario, un uomo con l’atteggiamento del bambino corrotto ma non perduto.

E’ in un letto d’ospedale, ormai inerme, triste ma sempre lucido, ch’egli pronuncia qualcosa di inaspettato, poche semplici parole che sanno di allungato aforisma impietoso e veritiero: “Perché la guerra è cattiva, non l’uomo. Alla guerra perfino l’uomo più mite, più dolce, diventa cattivo!”. Il suo conflittuale rapporto con François Pelou rientra fra le colonne portanti del romanzo della Fallaci perché racchiude in sé la speranza di una redenzione e la nascita utopica di un’amicizia (im)possibile, caldeggiata fino alla fine, mai completamente rivelata.

Loan diviene uno dei personaggi chiave all’interno della riflessione-denuncia della reporter fiorentina, un personaggio che ha un nome, a differenza dell’altro character, anonima vittima evocata attraverso lo straziante Diario del Vietcong ignoto, in cui vengono annotati i fatti salienti di 9 mesi di vita di un contadino nel periodo compreso fra il giorno del suo reclutamento nell’esercito e l’interruzione dello scritto, sancita dalla probabile morte del protagonista.

Il punto di vista interno e la relativa esecuzione del mero ordine si contrappone all’operato delle milizie statunitensi in terra straniera, un operato scandito da violenze gratuite, sadismo inenarrabile e tanta, tanta ferocia emessa dalla bocca dei lanciafiamme, dal ribollir del napalm (no, purtroppo non il “ribollir de’ tini” dell’aulico San Martino di Giosué Carducci) e dal repentino squillo di morte dell’M16 la cui pallottola “[…] si gira e si torce e strappa e taglia e ti vuota in pochi minuti di tutto il tuo sangue.

L’agir del milite a stelle e strisce risulta per la Fallaci una consuetudine insostenibile, come risultano insostenibili al lettore le figure retoriche e le locuzioni ch’offrono un quadro del Vietnam dissennato e sconvolgente, costellato di pezzi di carne, corpi bruciati, ceneri di esistenze, insomma il bieco parallelismo che non si vorrebbe mai formulare: “Sembra di guardare Mathausen, Dachau, le Fosse Ardeatine: il mondo non cambia, François, né gli uomini. Qualunque sia il colore della loro pelle, della loro bandiera.

Trasale quella nausea che la cronista di casa nostra provò più e più volte fino all’esasperazione, nel sentirsi sporca di sangue, lacrime, sudore e muco, di quell’aria densa di sostanze organiche ormai liquefatte o polverizzate, o ancora sublimate. Nausea, per quella crudeltà che, tuttavia, non le impedì di lasciare il Vietnam salvo ritornarci in più occasioni, rischiando la vita ma, a non farlo, la propria coscienza morale.

Il libro – la cui conduzione linguistica, regolata da una punteggiatura piuttosto libera che lascia pieni poteri all’esondazione del significato, abbraccia con indiscutibile padronanza un lessico disinvolto con qualche lecito dialettismo – si conclude con una dura parentesi extra-Vietnam, la rivolta degli studenti a Città del Messico contro l’imminente svolgimento delle Olimpiadi, una rivolta che il 2 ottobre 1968 fu sedata dal Regime con centinaia di morti, per lo più bambini ma anche anziani e perfino donne incinte, a qualcuna delle quali venne perfino aperto il ventre.

Là Oriana Fallaci venne investita da una raffica di mitra, rischiò di soccombere ma, ancora una volta, sopravvisse. Un libro intenso, significativo, da non leggere tutto d’un fiato ma da assimilare lentamente, come la compianta autrice avrebbe forse voluto, nell’ottica del trangugiar dolore a piccole dosi, a poco a poco per poterlo infine comprendere.

La filmografia circa la logorante guerra del Vietnam è assai ricca e indagata principalmente dal punto di vista americano. Si citino fra i tanti:

Apocalypse Now (Francis Ford Coppola, 1979)

Platoon (Oliver Stone, 1986)

Full Metal Jacket (Stanley Kubrick, 1987)

Vittime di Guerra (Brian De Palma, 1989)

Samuele Pasquino

Samuele Pasquino

Laureato in Lettere Moderne e giornalista pubblicista freelance, sono il creatore e direttore responsabile di Recencinema.it, appassionato della Settima Arte e scrittore eclettico.
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