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Partita a scacchi con la Morte

Da “Il settimo sigillo”, di Ingmar Bergman, 1957.

Un tratto di costa, il mare che si infrange sugli scogli. In una spiaggia sassosa, un Cavaliere è disteso, assopito; accanto a lui c’è una scacchiera. Anche se sta dormendo, l’uomo stringe in pugno la sua spada, con ostinazione e coerenza. Poco più in là, riverso a terra in un sonno profondo, con le braccia spalancate come chi non ha nulla da trattenere, c’è un altro uomo, con abiti da giullare.

Ancora un’altra inquadratura, e scorgiamo una coppia di cavalli, appena più in là della riva: il mare lambisce gli zoccoli; le criniere sono mosse dal vento. Il cavaliere apre gli occhi, si alza; va a bagnarsi il volto, ha bisogno continuamente di purificarsi. Il campo medio permette di vederlo interagire con il mondo: lui, una macchia di colore scuro, e la spiaggia intorno, deserta. Il subbuglio del suo animo si rispecchia in quella riviera selvaggia.

Il Cavaliere sfida la Morte

la morte ne il settimo sigilloA un certo punto, improvvisa, si staglia una figura ammantata di nero, con il volto pallido, esangue. “Chi sei?” – le domanda il Cavaliere. “Sono la Morte” – gli risponde – “Sono venuta a prenderti”. Il Cavaliere la sfida allora a una partita a scacchi e la Morte accetta, incuriosita e sorniona. Si siedono, l’una davanti all’altro. La partita è cominciata.

Inizia così, il capolavoro di Bergman, Il settimo sigillo. In questo film epocale, scarno ed essenziale nella sua nudità espressiva, nel taglio austero delle immagini, pure così affascinanti e profonde, i contenuti altissimi non appesantiscono mai la resa pittorica, la naturalezza delle scene, la genuinità dell’inventiva.

Contesto e soluzioni visive di Bergman

La trama è quanto mai trascurabile, in confronto all’ambientazione: siamo nell’autunno lunghissimo del Medioevo, alla vigilia della Peste Nera. Il clima è dunque pienamente escatologico, l’ideale per adattarvi una compiuta riflessione sulla morte.

scena partita con la morteLa morte, infatti, è dappertutto: nelle voci, nei pensieri, nelle pareti affrescate, nelle prediche dei frati, nelle alcove, dove l’amore diventa qualcosa di urgente, un appiglio insicuro che vale comunque la pena di stringere, nelle rime e nei poemi, tanto dei giullari quanto di artisti e saltimbanchi; infine persino nelle case, nelle strade, dove i morti si contano a fatica, dove lunghe processioni di flagellanti invocano la remissione dei peccati.

Davanti a questa sorte inevitabile, Bergman propone varie ‘soluzioni’, o meglio vari atteggiamenti. C’è Antonius Block, il Cavaliere, che si tormenta per la fede che vorrebbe ma che non riesce più a sentire; c’è poi Jöns, il suo giullare, materialista e scettico, che volta le spalle alla morte e si compiace di passare il tempo, qui e ora.

C’è poi infine la coppia di artisti, ingenuamente presi dal loro amore, abbracciati alla vita col candore degli eletti. Per loro l’esistenza ha il sapore delle fragole, del latte appena munto: la morte è solamente un inverno passeggero, un brutto pensiero che scompare nell’istante stesso in cui si smette di pensarci.

Saranno gli unici a salvarsi, almeno per un poco. Alla fine, quando la Morte arriva a prendersi quanto le spetta – la partita è persa, la Morte si è dimostrata giocatrice infallibile – tutti quanti i personaggi le si presentano, ciascuno recitando la sua parte come ha sempre fatto, in tutta la commedia della sua esistenza.

Sono la moglie del Cavaliere, e vi do il benvenuto nella mia casa”; “Il mio mestiere è quello del fabbro, e devo dire che mi arrangio bene nel mio mestiere”. Il Cavaliere chiede pietà a Dio, al Dio che “c’è, deve esserci, non può non esserci”. Jöns, lo scettico: “È tardi per insegnarvi la gioia smisurata di una mano che si muove, di un cuore che pulsa. Farò silenzio, sì, ma mi ribello”.

La poetica degli oggetti

scena il settimo sigilloIn questo affresco enigmatico e sublime, luci e ombre decidono ogni cosa. Le figure sono come marmi bianchi intagliati nell’oscurità; le cose affiorano dall’ombra e i contrasti di luce assumono valore simbolico. Ogni oggetto si carica di significati: quella di Bergman è una vera e propria ‘poetica degli oggetti’, che tradotto in linguaggio cinematografico significa attenzione per il particolare e il dettaglio.

L’inquadratura iniziale della scacchiera, per esempio, con il mare sullo sfondo; oppure la presenza dei cavalli nei momenti più importanti, i cavalli simbolo di volontà frenetica di vita, e prima immagine di morte nei dipinti e nelle allegorie medievali. Un’opera di pensiero, quindi, un invito a riflettere sul valore e sulla precarietà della vita, sul significato della nostra esistenza. Il tempo scorre. Giochiamo bene la nostra partita.

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