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The Others: storia della fotografia post mortem

the others foto post mortemMolti considerano i film come incubi trasportati su pellicola. Lo stesso André Bazin parlava del cinema come di un simulacro di celluloide, ovvero della tomba in cui l’anima, l’essenza stessa dell’essere, viene catturata e imprigionata per l’eternità.

A questo proposito, quindi, analizzando un film alquanto particolare come The Others (2001) del regista spagnolo Alejandro Amenabar, ecco che subito questo concetto pare tramutarsi in realtà mediante un aspetto ben preciso e per certi versi inquietante: la fotografia post mortem.

Letteralmente “fotografia dopo la morte”, questa pratica molto particolare e arcaica – ormai caduta in disuso – ha costituito per quasi due secoli una delle modalità più ricorrenti e usuali con cui le persone di nazionalità, religione e culture diverse hanno voluto fissare su di un supporto sensibile l’immagine dei loro cari defunti, come una sorta di documento a testimoniare il trapasso e allo stesso tempo l’immagine che essi ne hanno avuto in vita.

Nel celebre film sopra citato, la protagonista Grace (Nicole Kidman) trova nella soffitta della sua abitazione un vecchio libro rilegato in pelle, che a prima vista pare un qualunque albo fotografico, ma che in realtà contiene immagini artistiche di uomini, donne e bambini colti nel momento successivo al loro ultimo respiro.

Come la stessa governante, la signora Mills (Fionnula Flanagan) fa notare alla donna, era pratica diffusa nel corso della prima metà del XIX secolo conservare le immagini dei morti, in modo da mantenere un legame latente tra il mondo dei vivi e di coloro che non sono più con noi.

Cerchiamo ora di fare un po’ di ordine e descrivere, seppur sommariamente, la nascita e l’evoluzione di questo fenomeno tanto strano ai nostri occhi contemporanei quanto consueto per i nostri antenati. Nel 1926 Joseph Niepce inventò il primo rudimentale sistema di fissaggio di immagini su lastra sensibile tramite reazioni fotochimiche, e in seguito altri autori come Daguerre e H. Fox Talbot perfezionarono quel procedimento chiamato in seguito fotografia.

Subito si cominciarono a intuire le grandi potenzialità di questo nuovo mezzo, il quale, oltre a essere molto più preciso ed economico delle pitture su quadro, permetteva di ottenere un prodotto finale in cui pareva che l’essenza stessa delle cose e delle persone venisse congelata in un attimo tenero.

Per questo motivo fin dal primo ventennio dell’800 moltissime famiglie, in genere benestanti, richiedevano ai fotografi di immortalare i loro defunti in modo tale da poter mantenere vivo il ricordo tramite un’immagine evocativa, che allo stesso tempo serviva a un duplice scopo: ricordare il defunto e avere l’illusione che egli vivesse ancora tra loro. Era come se si volesse imprigionare sul supporto sensibile l’anima del morto.

Nel periodo che va dal 1830 al 1850 questa pratica, denominata “fotografia post mortem” o, più in generale, “fotografia mortuaria” o ancora con la locuzione generica di “memento mori” (ricorda che devi morire), iniziò ad affermarsi soprattutto in paesi come l’Inghilterra e la Francia, dove non solo la tecnica fotografica era più diffusa, ma dove soprattutto i vincoli morali al riguardo erano meno rigidi.

Infatti molti fotografi ambulanti e professionisti (tra cui il celebre Felix Nadar) iniziarono a proporre nei loro servizi pose fotografiche mortuarie a prezzi accessibili, favorendo così una capillare diffusione del fenomeno. Per questo primo periodo le fotografie mostravano generalmente solo il volto del defunto, ad occhi e bocca chiusa in espressione di riposo, come una normale fotografia tombale. Questo serviva ai parenti a ricordare il volto del loro caro e prendere atto della sua dipartita, illudendosi però che si trattasse di un sonno piacevole.

Dal 1850 al 1870, grazie ai cambiamenti nei supporti sensibili che permettevano pose più brevi e meglio definite, si cominciò a creare una vera e propria mise en scene. I defunti venivano posizionati su sedie, divani, letti, piani di cottura o scrivanie in pose che riproducevano le normali occupazioni quotidiane, come leggere, scrivere, cucinare, fare l’uncinetto ecc. in modo che le fotografie sembrassero cogliergli ancora in vita, in un attimo qualunque della loro quotidianità.

Gli occhi e la bocca dei cadaveri venivano aperti in modo tale che paressero sorridere, parlare o ammiccare, e laddove la corruzione del corpo era già intervenuta, il fotografo (che era anche per forza di cose esperto in imbalsamazione) si occupava di modellare il corpo con speciali unguenti per dargli una parvenza di vita.

Spesso i genitori tenevano in braccio i corpicini dei loro neonati morti subito dopo il parto, o questi ultimi venivano ritratti come addormentati nelle loro culle o nei lettini. In genere, come testimonia anche il film The Others, marito e moglie o i fratelli venivano raffigurati abbracciati o per mano, a indicare il forte legame che li aveva uniti in vita e che si protraeva anche dopo la morte.

D’altronde bisogna inquadrare l’evolversi di questo fenomeno in un contesto storico-culturale in cui la mortalità infantile, le basse aspettative di vita e i decessi prematuri erano all’ordine del giorno, e dunque il tema della morte era vissuto con rassegnazione. Ecco perchè oggi, nella nostra società, questa pratica ci pare arcaica o addirittura inumana, proprio perchè affonda le radici in condizioni che oggi non sono più così comuni.

Durante un terzo periodo, dal 1870 ai primi decenni del ‘900, si cominciò ad assistere a una involuzione del fenomeno, come se mostrare i morti in atteggiamenti da persone viventi avesse scatenato una sorta di paura inconscia, e perciò si ritornò a mostrare i cadaveri all’interno delle loro bare aperte, con occhi chiusi e in genere un abbellimento circostante formato da candele, fiori e in seguito anche i parenti del defunto.

Questo brusco cambio di iconografia deriva da uno dei timori ancestrali più antichi dell’uomo; la paura del ritorno dei morti. Nell’antichità, infatti, si ponevano delle pietre sopra le tombe dei defunti per evitare che essi potessero alzarsi e tornare a tormentare i vivi, così come le casse da morto servivano idealmente a incapsulare il trapassato e limitare i suoi eventuali movimenti.

Quindi ritornare a ritrarre i defunti nelle loro pose consuete era come un voler riaffermare la distanza tra il mondo dei vivi e il mondo dei morti. All’inizio del Novecento la fotografia mortuaria fece capolino anche in atri paesi come la Scandinavia, la Spagna ed in fine anche l’Italia, dove durò fino agli anni ’50, per poi estinguersi gradualmente e rimanere come focolaio isolato in alcune comunità del sud.

Nel nostro Paese la pratica della fotografia post mortem subì uno sviluppo ben diverso. Mentre nel resto d’Europa le immagini dei defunti iniziarono a comparire solo sulle lapidi, in Italia invece prenderà piede il servizio fotografico da funerale, il quale, alla stregua di un reportage matrimoniale, aveva il compito di illustrate le varie fasi di svolgimento di una cerimonia funebre, dalla deposizione del corpo nella bara fino alla definitiva sepoltura.

Questa pratica finirà per estinguersi successivamente alla Seconda Guerra Mondiale dopo un periodo in cui, per ovvie ragioni, essa era tornata prepotentemente in auge. Oggi, di questa strana e inutile pratica sono rimasti solo alcuni discendenti indiretti, come ad esempio le fotografie autoptiche (sia quelle ufficiali che quelle artistiche di autori come Patrick Budens ed Andres Serrano) e le immagini tombali delle lapidi, dove però non viene raffigurata la salma ma il defunto ancora in vita.

In alcune culture, come tra i nativi americani, si ha la credenza che fotografare un uomo implichi il rubargli l’anima, e dunque è possibile che le fotografie costituiscano una sorta di contenitore in cui fermare l’essenza del tempo e dell’essere.

Matteo Vergani

Matteo Vergani

Studia Teoria della Comunicazione e Linguaggi Multimediali all’istituto tecnico ITSOS Albe Stainer di Milano, diplomandosi perito grafico. Nel 2012 si reca a Roma per seguire un corso di regia ad indirizzo horror e fantasy sotto la guida del regista Stefano Bessoni. In questa occasione, interessandosi al mondo dell’animazione, segue un corso di stop motion, dove apprende non solo le tecniche di costruzione e animazione passo uno, ma approfondisce la conoscenza di autori dell’Europa dell’est come Jan Svankmajer, Jiri Trinka, Stanyslaw Starevich e anche internazionali come Ray Hareyaushen e i fratelli Quay. Collabora con diverse testate online in qualità di recensore e critico cinematografico.
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