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Tra utopia e rivoluzione

amici de l'ultimo bacio muccino

L’ultimo bacio di Gabriele Muccino è un film corale, dove si raccontano tante storie individuali legate fra loro. C’è chi si sposa e chi sta per sposarsi. C’è chi, invece, accoppiato lo è già ma si annoia e medita la fuga. Chi ha paura di impegnarsi e chi proprio non ci riesce. Ma, soprattutto, ci sono uomini che non sono più ragazzi e devono prendere decisioni importanti.

C’è la vita, quella che finisce e quella che deve ancora iniziare. E c’è la coppia, che è un argomento che attrae sempre, perché ci siamo (o ci siamo stati) dentro un po’ tutti, o perché in fin dei conti abbiamo tutti quella vena di pseudo-voyerismo che ci porta a guardare con gusto nelle storie degli altri. Per accorgerci, magari, che le dannazioni e i problemi sono perennemente gli stessi.

L’amore, in fondo, ci interessa sempre, perché è sempre attuale. E se il colpo di scena è facilmente individuabile nella scoperta, da parte di Giulia, del tradimento del marito, non da meno dovrebbe essere considerata la sequenza del funerale, la nostra “scena memorabile”.

Il piano sequenza nella scena del funerale

La scelta stilistica di Muccino, che scrive e dirige il film, è un lento piano sequenza in cui la macchina da presa si posta con un movimento orizzontale. Nella stessa ampia inquadratura finiscono per entrare, così, dapprima la bara e i congiunti raccolti in preghiera poi, seduti negli ultimi banchi, gli amici del figlio del defunto, tutti riuniti in una chiesa, luogo di culto e qui, più che mai, di (as)soluzioni.

Protagonisti tra disillusioni e preoccupazioni

Con l’ingresso dei protagonisti in scena, l’inquadratura stringe in un primo e poi in un primissimo piano. L’unico riferimento al luogo e all’evento è rappresentato dal canto gregoriano in sottofondo. Il primo a essere inquadrato è il trio composto da Marco (Pierfrancesco Favino), la moglie Veronica (Daniela Piazza) e Adriano (Giorgio Pasotti), che della moglie non sopporta più nemmeno l’idea.

Non c’è dolore per la morte altrui ma preoccupazione per una vita, la propria, che sembra aver deluso le giovanilistiche aspettative. “Ho bisogno che ogni giorno succeda qualcosa di nuovo per sentire che la vita sta andando ancora avanti” – sentenzia Adriano. Il movimento prosegue nella sua traiettoria orizzontale.

Nell’inquadratura entrano il viveur Marco e il fedifrago affranto Carlo che, preoccupato per la perdita della (quasi) sposa, si dispera per una vita che pare essergli sfuggita di mano: “E adesso come la affronto la questione?”. Riflessioni che si confrontano nella contrapposizione di piani in apparente antitesi fra loro.

La scelta di non staccare la macchina da presa è la soluzione che lega due dialoghi distinti ed estranei, che individuano nelle stesse preoccupazioni e nelle stesse insofferenze il tratto che li unisce. Una continuità narrativa che, però, contrasta sul piano dei contenuti delle due conversazioni.

Due verità, una sola scelta

Da una parte c’è la voglia di evasione, frenata dalla frase dell’unica donna in scena che, sulla base del suo felice matrimonio, sostiene che “è la normalità, la vera rivoluzione”. Dall’altra, anzi dietro (e non è un caso!) il pentimento per aver commesso un errore che, a questo punto, sembra fatale, ma giustificazione nel principio secondo cui “la fedeltà è la vera utopia”.

Due consigli o due verità svelate, due modi diametralmente opposti di guardare lo stesso tema, l’amore di coppia nel tempo. La scelta del piano sequenza potrebbe, quindi, stridere, ma è forse la grande forza della scena, che unisce e lascia allo spettatore la scelta: rassegnarsi o giustificarsi e intraprendere la via dell’utopia, che può portare all’adulterio, o rivoluzionare la propria vita instradandola su percorsi fatti di normalità.

Un concetto tanto innovativo da non poter essere dimenticato.

Emanuela Macrì

Emanuela Macrì

Trentina, classe 1976, con una laurea in Lettere e una tesi sul cinema italiano contemporaneo. Amante dell’arte in ogni sua forma e alla ricerca di ogni sua sfumatura, cercherò una via per conciliare la piacevole ossessione per il particolare con la passione per il cinema scrivendo di Scene memorabili.
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