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Voglio una donnaaaa!

Amarcord rappresenta senza dubbio il punto più alto toccato da Fellini nella seconda parte della sua carriera, quella che, per intenderci, ha inizio dopo i fasti di e La dolce vita. Anche stavolta il regista riminese è riuscito nel miracolo: ricostruire attraverso le immagini il suo mondo interiore e proiettarlo in uno spazio mitico, al di fuori del tempo.

Da qui l’eccezionalità dei suoi racconti, il fascino inesauribile di tanti e tanti personaggi, divenuti spesso addirittura proverbiali. Amarcord è certamente il più autobiografico tra i film del regista, ma non è un film di memorie. Ricordare per Fellini vuol dire sempre reinventare, aggiungere, scherzare, mentire anche: c’è più autenticità nella nostra fantasia, sembra dirci, che in un diario scritto giorno dopo giorno.

E poiché l’invenzione può viaggiare su binari differenti e attingere il suo oggetto da più parti, nel film sono confluite alla fine le esperienze e le voci di un’intera generazione, che proprio per questo vi si è rispecchiata. Rivediamone insieme una scena.

Gita in campagna con lo zio Teo

Il giovane Titta, l’alter ego di Fellini adolescente, va in visita coi genitori al manicomio in cui è rinchiuso lo zio Teo, interpretato da uno straordinario Ciccio Ingrassia. Il manicomio, appunto. La pazzia per Fellini è solo un altro modo di vedere le cose e offre un certo privilegio: con essa il mondo si modella su misura del soggetto, che lo impronta su di sé come uno stampo.

gita in campagna amarcordLo zio sale in carrozza e tutti insieme fanno una gita in campagna, mangiando presso un loro casolare. Qui l’impronta di Fellini è inconfondibile. Ogni immagine è come avvolta dalla luce del ricordo, impregnata di soffusa nostalgia. Vedendo queste persone a tavola, a discutere del più e del meno, si ha la sensazione fortissima che in realtà non esistano più, che non siano mai esistite. Ci si aspetta quasi che, di punto in bianco, il sogno finisca e ce le portino via.

Questo senso di irrealtà è reso anche più acuto dai rumori di fondo. Le cicale, per esempio: il loro verso acuto viene quasi esasperato, e solo per poco non supera le voci. Ne scaturisce un’impressione di apertura e solitudine, un grande vuoto che circonda le persone e le trasforma ancor più in figure precarie, evanescenti.

C’è il nonno che beve il vino insieme a un contadino; lo zio da solo al tavolo; Titta che gioca con un rospo e un bambino che si mette a fissare da vicino un asinello. Sono tutti quadri distaccati, silenziosi, vere e proprie apparizioni.

Lo zio Teo sull’albero

A un certo punto, un grido si diffonde nella quiete: lo zio Teo è salito su un albero! E quest’albero, con le sue inquadrature, è tra le cose più belle che Fellini ci ha lasciato.

zio teo sull'albero amarcordIl primo scorcio è tra le foglie, in alto; sullo sfondo si intravede una parte di cielo. Proprio lì, tra il fogliame, come un satiro o un folletto delle fiabe, vediamo spuntare lo zio che, allargate le braccia, grida: “Voglio una donnaaaaaa! Voglio una donnaaaaaaa!”. Con un paio di stacchi improvvisi, il campo visivo si restringe e l’immagine diventa sempre più rarefatta, alleggerita di ogni contesto.

Là sotto, tra chi è rimasto a terra, le reazioni sono varie e disparate. Il nonno, per esempio, cerca in qualche modo di farlo ragionare: “Ma dove te la vado a prendere una donna, adesso, ragazzo mio!”. Il padre di Titta dà in escandescenze, come al solito; Titta invece si diverte un mondo. Viene quindi apprestata una scala.

recupero zio teo amarcordTutti cercano a turno di andare a recuperare lo zio: ma quello lassù è diventato il suo mondo, e nessuno ha il diritto di portarlo via. Dopo lunghi e infruttuosi tentativi, scende la sera. Finalmente, quando tutto sembra inutile, arrivano in soccorso gli infermieri del manicomio, insieme a una suora minuscola (per Fellini da sempre simbolo di soppressione degli istinti e della fantasia), che con la sua sola presenza convincerà lo zio ad arrendersi, e lo riporterà giù, sulla terra.

Il sogno è davvero finito, le immagini sfumano. Ma l’immagine dello zio pazzo, arrampicato su quell’albero, ci rimarrà impressa come un racconto fiabesco o come certe filastrocche che si cantano ai bambini. Un ricordo indelebile, appunto, e non già di Fellini , ma nostro soltanto.

Guarda la scena.

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