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Giornalismo e contestazione: il dissidente Khashoggi, una scomoda verità

the dissident manifestoIl 12 febbraio 2021 è uscito in streaming sulla piattaforma MioCinema il documentario The Dissident, un’opera forte e sconvolgente – diretta dal regista premio Oscar Bryan Fogel – che catapulta lo spettatore in una rete di rivelazioni, minacce, oscurantismi e vittime sacrificali. Sembrerebbe a tutti gli effetti una pangea di elementi propri di un action-thriller dagli inevitabili risvolti politici.

Non lo è… non lo è per niente. Restiamo ancorati a una realtà che purtroppo, per l’ennesima volta, ha cristallizzato nel sangue gettando fango ed efferatezza sulla cosiddetta “informazione libera”, quella cui era sommamente devoto Jamal Khashoggi. Un triste fato ci ha obbligati a utilizzare il passato, un tempo verbale da affibbiare ai ricordi, alla nostalgia, alla storia… e alla memoria dei morti.

Jamal Khashoggi: dinamica di un omicidio agghiacciante

jamal kashoggiKhashoggi, sessantenne giornalista saudita autoesiliatosi negli Stati Uniti per poter svolgere la professione senza le pressioni di un sistema integralista e coercitivo, è stato assassinato il 2 ottobre 2018 all’interno del consolato dell’Arabia Saudita a Istanbul. Recatosi nell’edificio per il ritiro di documenti necessari al futuro matrimonio con la compagna Hatice Cengiz, non ne è più uscito… vivo. Fonti anonime hanno guidato gli investigatori verso la pista più ovvia, quella dell’assassinio.

Eh già, Jamal rivestiva un ruolo piuttosto scomodo per il regime saudita, quello del dissidente. Anni di attivismo e divulgazione della verità lo avevano inviso al suo stesso Paese. E le suddette fonti anonime – aggiunte a preziose deduzioni che non si vorrebbero mai avanzare – raccontano di inenarrabili torture subite dal cronista prima di essere fatto letteralmente a pezzi quando ancora era cosciente. Pare che l’agonia sia durata 7 interminabili minuti. I poteri forti sanno essere terribilmente spietati e con chi vi si oppone.

Un tragico bollettino di guerra

bollettino giornalisti uccisiÈ in fondo sempre stato così: la contestazione corrisponde a una presa di posizione incompatibile con l’economia nera, l’ascesa delle dittature e il marciume della politica espiantata dalla propria originaria natura di res publica. Secondo la prospettiva del potere, il giornalismo appare come una pratica fastidiosa, una voce da mettere a tacere, da insabbiare, da occultare e seppellire in un altrove lontano affinché non se ne trovino i resti.

Jamal Khashoggi è uno degli ultimi giornalisti caduti nel corso di una perenne battaglia infernale per tenere a galla una verità che in molti vorrebbero annegare nel liquame dell’interesse individuale o lobbysta. Penso agli omicidi di Ilaria Alpi, Giancarlo Siani, Giuseppe Fava e delle 12 penne del giornale satirico Charlie Hebdo.

Penso ai 42 colleghi uccisi nel solo 2020 e ai 2.658 reporter assassinati dal 1990 a oggi (fonte IFJ – International Federation of Journalists, che da oltre 30 anni stila report annuali in materia), senza contare i precedenti delitti. Un tragico bollettino di guerra. Si occupavano di mafia, terrorismo, guerre, affari sporchi, inchieste scottanti, un lavoro svolto nel tentativo di tenere gli occhi dell’opinione pubblica ben aperti su questioni molto, troppo facili da dimenticare.

Intanto, però, a loro gli occhi sono stati chiusi e questo suscita davvero tanta rabbia.

Samuele Pasquino

Samuele Pasquino

Laureato in Lettere Moderne e giornalista pubblicista freelance, sono il creatore e direttore responsabile di Recencinema.it, appassionato della Settima Arte e scrittore eclettico.
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