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Millennium - Uomini che odiano le donne

Scritto da Annalice Furfari   
Lunedì 06 Febbraio 2012 10:10

millenniumTitolo originale: The girl with the dragon tattoo

Regia: David Fincher

Cast: Daniel Craig, Rooney Mara, Christopher Plummer

Musiche: Trent Reznor

Produzione: USA 2011millennium1

Genere: Thriller

Durata: 160 minuti

columbia mgm  Trailer

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  Miglior montaggio

 

Regia:

Interpretazione: millennium3

Sceneggiatura:

Musica:

Giudizio:

 

Trama

Il giornalista Mikael Blomkvist (Daniel Craig), fresco di condanna per diffamazione, accetta la proposta di un ricco industriale (Christopher Plummer) che gli chiede di indagare sulla scomparsa, avvenuta diversi anni prima, di sua nipote Harriet Vanger. Ad aiutare Blomkvist a trovare il bandolo dell’intricata matassa è la giovane hacker Lisbeth Salander (Rooney Mara).

Recensione

Un tuffo negli abissi del male, là dove l’oscurità sembra non avere mai fine. È un mondo degradato e corrotto quello tratteggiato in “Millenium – Uomini che odiano le donne”, il primo best seller della trilogia scritta dallo svedese Stieg Larsson. Un universo in cui il regista David Fincher è sempre stato a proprio agio. Naturale per chi ha assaggiato il peccato in “Seven”, conosciuto la follia in “Fight club” e scrutato la barbarie in “Zodiac”, gettarsi a capofitto in una nuova avventura dark. E mai come in questo film il nero è prevalente, a macchiare una violenza disturbante. Lo è nella fotografia, stemperata solo dai paesaggi innevati della Svezia, così come nel look della protagonista. Ma plumbei sono soprattutto i toni di un romanzo che ha fatto il giro del mondo. Non è la prima volta che il libro di Larsson viene tradotto per il grande schermo. È già successo nel 2009, con il film diretto dal danese Arden Oplev. È già difficile riuscire a realizzare un buon adattamento cinematografico di un prodotto letterario di successo. Ancor di più lo è girare un remake che non sia dettato esclusivamente da ragioni commerciali. Questo non vale per Fincher. Il suo “Millenium” è, infatti, uno dei rari casi di rifacimento che supera di gran lunga l’originale. Tanto più che questo film non fa rimpiangere neppure il libro da cui è tratto. L’impronta autoriale dell’opera, quel quid in più che la differenzia dalla pellicola svedese, è evidente fin dai titoli di testa. Anzi, è proprio qui che Fincher dà il meglio di sé. Nero opprimente come petrolio, piombo fuso su corpi che si toccano ed esplodono, angeli della vendetta, incendi che lavano via il male. In questo piccolo saggio di arte contemporanea, c’è la firma del regista americano e c’è l’intero film, con il suo immaginario cyberpunk. Persino la colonna sonora raggiunge i suoi vertici nei titoli di testa, con un rock (la cover di “Immigrant song” dei Led Zeppelin, eseguita da Trent Reznor e Karen O) che incalza il tempo dell’angoscia, immergendo lo spettatore nell’oblio. Il seguito sarà meno impattante, ma splendidamente confezionato. Seguiremo il giornalista, interpretato da un credibile Daniel Craig, nella sua indagine sulla scomparsa della ragazza. Lo vedremo alle prese con un microcosmo familiare dominato dal rancore, dall’omertà, dalla misoginia e dalla perversione, allo stesso modo di una società e di un paese allo sbando. Ma non è tanto l’intreccio thriller che a Fincher interessa sviluppare. Non c’è suspense in questo film, così come non c’era nella pellicola del regista danese. È la tensione, portata all’estremo, che governa le dinamiche tra i personaggi. Ed è la relazione tra i due protagonisti a essere valorizzata da Fincher, più che nel primo film. Il regista di “The Social Network” esplicita la passione tra Mikael e Lisbeth, mostrandoci elementi della trama che nell’opera del 2009 mancavano. E in un mondo fatto da uomini che odiano e deturpano le donne, è per una donna che Fincher parteggia. Del resto, quello di Lisbeth è un personaggio affascinante, magnetico nella sua solitudine. In questo primo capitolo non sappiamo molto di lei. Dicono che sia incapace di intendere e di volere, ma in realtà sembra la più sana in un mondo di folli. L’abbigliamento dark su un corpo diafano, il taglio di capelli, i piercing, i vistosi tatuaggi che annacquano la femminilità, sono le cicatrici esibite di una condanna alla sofferenza, inflitta da una società ingiusta. Forse l’amore può salvare, o forse no. Di certo c’è che Rooney Mara supera l’ardua prova del confronto con il fascino androgino di Noomi Rapace, protagonista nel film svedese. Non c’è una vincitrice tra le due. Solo due modi diversi, ma ugualmente convincenti, di incarnare Lisbeth. Rapace gioca sull’intensità e accentua la durezza del ruolo, mostrandoci una Lisbeth arrabbiata con il mondo. Mara ne svela la fragilità, con uno sguardo che grida malinconia, dolore. L’Academy ha apprezzato, candidandola all’Oscar 2012 come miglior attrice protagonista.

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L'attrice Rooney Mara si è realmente fatta fare i numerosi piercing che caratterizzano il suo personaggio, rimossi poi alla fine della produzione

 
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