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Blade Runner 2049: biologia e culto del ricordo dopo la filosofia

Scritto da Samuele Pasquino   
Venerdì 06 Ottobre 2017 09:51

blade runner 2049 biologia1Los Angeles, 2049. L’agente K (Ryan Gosling) dà la caccia ai Nexus 8 per ritirarli definitivamente, muovendosi in una città sovraffollata e ultramoderna. La sua ultima vittima, Sapper Morton (Dave Bautista), fa riaffiorare in lui un vecchio ricordo, la chiave di un segreto che, se rivelato, potrebbe compromettere per sempre il delicato equilibrio fra l’uomo e la macchina (il replicante, l'androide, il lavoro in pelle). K parte allora alla ricerca di un collega sparito nel nulla 30 anni prima, il blade runner Rick Deckard (Harrison Ford), l’unico in grado di fare chiarezza in un passato forse troppo ingombrante.

Dare un sequel a un capolavoro è da sempre un’impresa quasi impossibile, specialmente dopo 35 anni, inoltre molto ardita per la sua inevitabile capacità di creare un carico di aspettative enorme negli affezionati fan. Un monumento come Blade Runner ha trovato in Ridley Scott il visionario perfetto, Blade Runner 2049 ha consacrato Denis Villeneuve nell’Olimpo dei grandi demiurghi della materia cinematografica. Addossarsi un peso così imponente avrebbe fatto tremare le gambe a chiunque, ma il regista canadese è andato ben oltre offrendo al mondo una dimostrazione di forza rinvigorita da un’esaustiva base scritturale della coppia Scott – Fancher, cioè coloro che avevano fatto il miracolo nel 1982 adattando il masterpiece letterario di Philip K. Dick Do androids dream of electric sheep? Quel che ne deriva è una nuova pietra miliare della fantascienza contemporanea, un prodotto scintillante, visivamente impeccabile, in cui estetica ed emozione si fondono mantenendo saldo il contatto con l’opera capostipite e facendo della tecnica l’arma in più per restare sulla scia della meraviglia.

blade runner 2049 biologia2Dal 2019 e dalla sua limbica Los Angeles sono passati 30 anni, molto è cambiato, molto altro è rimasto praticamente immutato. Così lo spettatore, catapultato in una realtà caotica e fredda, ipertecnologica e costipata socialmente, ha l’occasione di riflettere sulle prime analogie e distonie ritrovandosi di colpo in una dimensione che le abbraccia entrambe assorbendo l’energia della coinvolgente visione. Villeneuve apre uno spartito nel quale le note sul pentagramma coincidono con scene bellissime e rivelatorie che tessono un senso preciso, una verità che si scopre a poco a poco attraverso il viaggio unico e solitario dell’agente K interpretato da Ryan Gosling. La fotografia policromatica alterna la desolazione delle ambientazioni popolari (la città, l’area rifiuti e la zona fantasma) con l’aridità elegante delle camere oscure in cui si muove Neander Wallace, uno che l’oscurità ce l’ha dentro pur essendo lo spurio illuminato di un futuro in rapido esaurimento.

blade runner 2049 biologia3Blade Runner 2049 trova uno schietto motivo di esistere non tanto per la continuità data a una storia che, in tutta franchezza, non esigeva di un prosieguo contenendo valori narrativi eccezionali per importanza, significato e completezza, quanto per il suo fitto gioco di similitudini, riferimenti e appaganti amarcord volti a sollecitare la malinconia del pubblico in sala, il cui cuore e spirito sono rimasti alla titanica pellicola del 1982. La filologia del sequel sostiene l’esplorazione di un mondo ancora diviso in carnefici e perseguitati: Roy Batty (il suo monologo era l’apice sommo che nel 2049 purtroppo viene a mancare), Rachel, Tyrell e gli altri non ci sono più ma a sopravvivere è il simbolismo da essi incarnato. Quel che probabilmente manca al lavoro di Villeneuve è la carismatica presenza scenica dei Nexus 6 ma è pur vero che guardarsi troppo indietro è da nostalgici, non da spettatori votati all’evoluzione della Settima Arte.

Spazio allora a un sottile gioco di alter ego e nemesi, raccolta di eredità e passaggi di testimone, fenomeni che spingono infine ad acclamare questo nuovo ibrido come felice congiunzione di sci-fi classica, techno punk ed epicità in celluloide. Hans Zimmer confeziona una colonna sonora potente (ricordate cosa hanno fatto gli M83 con Oblivion), a tratti pronta a incrociare la soundtrack di Vangelis non riuscendo però a sfiorare le corde di quel romanticismo anelato e raggiunto da Deckard e Rachel. Di loro si riprende un’alchimia particolare, ch’è il micidiale vaso di pandora di Blade Runner 2049. La grande differenza fra l’originale di Scott e il figliol prodigo che ne riprende il censo sta nel fatto che il primo si interrogava sul concetto di "vita" dal punto di vista filosofico, mentre il secondo si interroga su tale quesito dal punto di vista puramente biologico, ed è lucida quanto spietata finestra sull’attualità.

 
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