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This must be the place

Scritto da Samuele Pasquino   
Giovedì 06 Ottobre 2011 00:27

place1Titolo originale: This must be the place

Regia: Paolo Sorrentino

Cast: Sean Penn, Frances McDormand, Eve Hewson

Musiche: David Byrne

Produzione: Italia 2011place12

Genere: Drammatico

Durata: 120 minuti

indigo luckyred medusa   Trailer

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Regia:

Interpretazione:

Sceneggiatura: place14

Musica:

Giudizio:

 

Trama

L’ex rocker Cheyenne (Sean Penn) conduce una vita agiata nella sua dimora di Dublino insieme alla moglie Jane (Frances McDormand), ma è sopraffatto da una noia che lo deprime e anche per questo adotta lo stesso trasgressivo look di quando saliva sul palco. Un giorno l’uomo apprende che il padre, con cui non ha dialogo da più di 30 anni e residente a New York, è in fin di vita. Giunto al capezzale troppo tardi, Cheyenne viene messo a conoscenza dell’ossessione del genitore: la ricerca di un criminale nazista di stanza ad Auschwitz al tempo della sua deportazione. L’ex rocker si mette in viaggio per gli Stati Uniti, deciso a trovare il carnefice.

Recensione

Che si tratti di impresa, inizio di una rivoluzione o semplicemente rivalutazione, il cinema italiano sta tornando a rivestire un ruolo di certo importante nel panorama cinematografico mondiale. Paolo Sorrentino vince e convince con una pellicola densa di eclettismo semantico e significanti sontuosi che approda oltreoceano con impetuosa freschezza formale. “This must be the place” coniuga talento, esperienza e sensibilità di un regista capace di esprimersi ad altissimi livelli con una facilità che scaturisce dall’estro narrativo già messo in luce con precedenti opere quali “Le conseguenze dell’amore” (2004), “L’amico di famiglia” (2006) e “Il divo” (2008). Come in tutti i suoi lavori, anche in questa occasione il cineasta napoletano esplora l’interiorità dell’individuo in relazione alle intrinseche conflittualità che lo rendono vulnerabile e, talvolta, ignaro di dettagli esistenziali non affatto trascurabili. In ogni storia c’è un paladino che esterna una dicotomia travagliata, in tal caso è Cheyenne. L’ex rocker corrisponde quasi a un caso limite, un privilegiato insoddisfatto del passato e della vita, esiliatosi volontariamente dal mondo per sfuggire a un terribile, sconfortante senso di colpa. Androgeno nel look, bizzarro nel comportamento, quest’uomo tanto particolare si rapporta al prossimo come farebbe un alieno svilito e provato da un interminabile viaggio mai compiuto. Il protagonista è un falso ignavo che non fa che sopravvivere, galleggiando sopra le arie di un limbo decadente, incapace di riscattarsi ma consapevole dei drammi altrui. L’evanescente autismo si sgretola quando la storia bussa alla porta, quando il passato ritorna con prepotenza riconfigurandosi in diversa forma. Una tragedia immane come l’Olocausto smuove le acque di un dormiente, proiettandolo improvvisamente in una realtà di cui lui si scopre farne parte senza possibilità di appello. Il viaggio di Cheyenne rappresenta la scoperta di se stesso, una memoria che affiora dando valore a un’origine, a una patria, a un credo, elementi congiunti e affrontati da Sorrentino con profondo senso emotivo, nascosto dalla cipria imperturbabile di un personaggio interpretato da uno Sean Penn in stato di grazia, folle e al contempo pittoresco nella sua interpretazione, strabordante nella sua comunicatività cinetico espressiva. “Può un falso depresso rendersi cacciatore di una preda lontana, indefinita, feroce nel ricordo, mimetizzatasi nel presente?” La domanda ha una risposta nell’energia paradossale sprigionata da questo sensazionale progetto cinematografico, che vede partecipazioni eccellenti in senso attoriale (Frances McDormand, oltre al già citato Penn), debutti promettenti (Eve Hewson) e manifestazioni artistiche fenomenali (David Byrne, leader dei Talking Heads, cura la colonna sonora e appare in un esteso cameo). “This must be the place” è il risultato di una regia pressoché perfetta, soggettiva tecnica di una prospettiva caratteriale (i movimenti lenti della cinepresa e i piani ravvicinati rispecchiano la dinamica flemma del protagonista, quasi un trascinarsi sospeso fra dubbio e motivazione), e una commistione di generi esposti o sottintesi (dramma, commedia, musical). Permeato da una volontà sana di impegno intellettuale, coadiuvato da una propensione alla risata amara e vagamente grottesca, il film di Sorrentino chiama Hollywood, il prestigio di un riconoscimento importante, guadagnandosi a buon diritto un posto tra i capolavori che sanno come pochi altri scuotere le coscienze attraverso un approccio colto ed elegante.

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Eve Hewson è figlia del celebre cantante Bono, leader degli U2

 
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