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Melancholia

Scritto da Veronica Galafassi   
Mercoledì 12 Ottobre 2011 12:32

melancholiaTitolo originale: Melancholia

Regia: Lars von Trier

Cast: Kirsten Dunst, Charlotte Gainsbourg, Kiefer Sutherland

Musiche: Kristian Eidnes Andersen

Produzione: Danimarca 2011melancholia1

Genere: Fantascienza

Durata: 130 minuti

    Trailer

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   Miglior interpretazione femminile Kirsten Dunst

 

Regia:

Interpretazione:

Sceneggiatura: melancholia3

Musica:

Giudizio:

 

Trama

La festa di nozze della giovane Justine (Kirsten Dunst), organizzata dalla sorella Claire (Charlotte Gainsbourg) e dal cognato, si svolge in un clima oscuro e surreale: la Terra, infatti, rischia di entrare in collisione con il gigantesco pianeta Melancholia. La sposa avverte un forte senso di disagio che più volte nella serata la indurrà ad abbandonare la sala, provocando sconcerto e malumori presso gli invitati. La tensione con la sorella è palese e si accentua inesorabilmente, mentre l'ombra di Melancholia si fa sempre più minacciosa.

Recensione

Dall’apertura del “sipario”, ma prima del vero e proprio prologo narrativo, il deus ex machina guidato da von Trier propone un sintetico e regale connubio di immagini e musica, un'ouverture (presente anche in “Antichrist”), composta da una serie di sequenze e fotografie: si tratta della grande visione di Justine sulla fine del mondo, una carrellata soprannaturale e d'effetto il cui epilogo illustra ciò che accade durante una collisione cosmica. Lo scontro è inteso più propriamente dal regista come un faccia a faccia tra il predatore e la preda, dove il primo si accinge a sbranare la seconda: si ricrea il folle senso di fame che spinge con voracità un pianeta verso l'altro seguendo una legge nella quale il più grande si impossessa del più piccolo. L’idea di partire dalla fine ha costituito per il nordico cineasta un modo per interessare ulteriormente il pubblico, una convinzione stilistica naturalmente non originale in rapporto a un passato cinematografico che vede adottare una formula simile da celeberrimi film blasonati, uno su tutti il “Titanic” di James Cameron. La scelta è volta quindi a ricreare la cronaca di un fatto dinamico, segnato ma sorprendente nella sua evoluzione, nella sua adesione al destino. In breve si sa cosa succederà ma non come succederà, nè quale sarà la reazione dei vari personaggi. L’introduzione con la danza dell’apocalisse corrisponde a una macabra definizione del plot, caratterizzante una vicenda sostanzialmente divisa in due parti. La prima, intitolata “Justine”, ci presenta la sorella più piccola, la neosposa durante il giorno delle nozze. La incontriamo nel pomeriggio, col sorriso sulle labbra, alle prese con una situazione buffa, in cui la limousine che porta gli sposi alla cena rimane in panne lungo una strada di campagna. Mentre scende la sera e il buio cala sulla tenuta dove si svolge il matrimonio, Justine viene avvolta da tenebre interiori, condizione con la quale lotta in silenzio cercando di mantenere l’apparenza, sforzandosi di sfoggiare vanamente un sorriso ogni tanto. Il disagio crescente porta al latente pretesto per allontanarsi dal suo matrimonio, alienarsi e chiudersi in qualche stanza, una fuga opprimente ma al contempo liberatoria dalla farsa esistenziale in atto. Trier sintetizza come solo lui sa fare: “Se non ha senso un rituale nulla ha un senso; la Justine depressa non desidera solo qualcosa di reale ma vuole pathos e dramma, sa che il vero valore comporta sofferenza. La depressione è qualcosa di vero per lei, per i depressi in generale, la melanconia stessa assume valore. L’amore infelice e non corrisposto è più romantico di quello felice, che in fondo non sembra del tutto reale”. E ancora: “Il desiderio inappagato è un punto chiave in Melancholia, desiderio e depressione sono legati, il desiderio inappagato è struggente. La disperata melanconia del desiderio evoca immagini di lupi che ululano alla luna”. Justine infatti ulula a Melancholia, lo chiama a sé, attraverso una splendida immagine evocativa di lei nuda sulle rive di un fiume, dove sembra dipinta su quelle sponde. Attrae il pianeta a sé, si fa divorare, quindi in fondo in fondo un lieto fine c’è, un desiderio viene appagato. La seconda parte del film è invece dedicata a “Claire”, la sorella maggiore, quella che dovrebbe incarnare la persona normale, la demiurga pronta a reggere ogni fardello, a salvare le apparenze e il lustro di un avvenimento da lei organizzato. In questa seconda fase avremo il conto alla rovescia e un personaggio che si rivela, John, marito di Claire e padre di Michael, come tutti in trepida attesa per il passaggio del Pianeta. Egli rappresenta l'unico uomo protagonista, venale e realista, che crede nella scienza e tenta di dare fiducia alla moglie spaventata, nascondendo un'insicurezza in procinto di esplodere. Risulta curioso osservare l’isolamento di questi personaggi, che a parte il momento della festa vivono nella loro tenuta, soli con la servitù, lontani dal paese, eremiti che rifuggono la tecnologia globalizzante a beneficio del contatto diretto con la natura. Nessuno di loro segue la fine davanti alla televisione o attraverso le notizie aggiornate in radio, la verità è voce che scaturisce dalla percezione. Le due scansioni narrative differiscono molto in superficie l’una dall’altra, ma sono opposti che si attraggono e che alla fine riescono a congiungersi in un gioco intenso di progressiva ripresa. Lars von Trier lascia la parola al giudizio del pubblico, pensando ansiosamente di aver fatto un film troppo sdolcinato, un film al femminile, solo per aver dato sfogo al suo lato più romantico, quello che lui teme di aver banalizzato. Lars ama l'impresa, nel suo caso il suscitar stupore, dubbio e riflessione.

lars

Questo è il primo film in cui Lars Von Trier si avvale dell'ausilio di veri e propri effetti speciali

 
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