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Detenuto in attesa di giudizio

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Titolo originale: Detenuto in attesa di giudizio

Regia: Nanni Loy

Cast: Alberto Sordi, Lino Banfi, Elga Andersen

Musiche: Carlo Rustichelli

Produzione: Italia 1971giudizio1

Genere: Drammatico

Durata: 102 minuti

 

 

 

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Regia:

Interpretazione: giudizio3

Sceneggiatura:

Musica:

Giudizio:

 

Trama

Un geometra emigrato in Svezia (Alberto Sordi) torna in Italia per trascorrere le vacanze insieme alla famiglia, ma alla dogana viene arrestato senza un perchè. L’uomo viene trasferito in vari penitenziari fino a quello di Segunto, dove il degrado, i soprusi e la privazione della propria identità lo segneranno profondamente.

Recensione

Con la sua innata capacità di radiografare da molteplici punti di vista la società italiana, Nanni Loy firma una pellicola d’autore puntando il dito sui meccanismi ingolfati del sistema detentivo e sui burocrati privi di zelo e disciplina. Il suo film si può considerare il capostipite illustre di molti drammi carcerari emersi dal malcontento di molti registi d’oltreoceano, facendo dunque da esempio a un filone di successo del cinema hollywoodiano. “Detenuto in attesa di giudizio” non sconvolge né per la violenza né per situazioni particolari, bensì per l’azione profondamente depauperante che l’errore umano conduce verso l’innocente di turno, uno straordinario Alberto Sordi nella parte di Giuseppe Di Noi. L’incubo vissuto dal geometra inizia senza spiegazioni, in un clima sereno, e degenera facendo sprofondare l’individuo negli abissi dell’inaspettato, all’ombra della verità e del chiarimento. Intorno al protagonista si edificano muri e sbarre che lo emarginano dalla massa sociale e lo relegano in un mondo criminale al quale egli risulta da subito estraneo. L’ambiente si chiude in una sorta di sepoltura claustrofobica determinata da celle strette, rimproveri verbali e minacce gratuite, in un pieno senso di smarrimento continuo che non fa che accanirsi sul povero malcapitato. Persino la cinepresa sembra far fatica a muoversi fra gli angusti pertugi in cui l’eroe comune annaspa e implora, gridando la sua innocenza nell’indifferenza più assoluta. Sradigato dalla famiglia, Giuseppe entra in un vortice senza apparente uscita, rifuggendo però alla rassegnazione dell’isolamento perenne. Loy traccia le linee di una legge beffarda, ampiamente suscettibile di gravi sbagli e sviste paradossali che solo la provvidenza può alfine risolvere. Buona interpretazione di un giovane Pasquale Zagaria (Lino Banfi) nel suo primo ruolo drammatico e cinico, in dissonanza con i personaggi eccentrici e ridicoli di cui vestirà i panni poco dopo. Nessun rilevabile virtuosismo di stile o forma, tuttavia il contenuto è d’impatto e il suo valore profetico si rivela attuale e forte di una voce autorevole.

procida

Le scene che interessano il carcere di Sagunto sono in realtà ambientate in un penitenziario di Procida

 
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Lunedì, 24.09.2018
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