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Il giardino dei Finzi Contini

continiTitolo originale: Il giardino dei Finzi Contini

Regia: Vittorio De Sica

Cast: Lino Capolicchio, Fabio Testi, Dominique Sanda

Musiche: Manuel De Sica

Produzione: Italia 1970contini1

Genere: Drammatico

Durata: 95 minuti

titanus Trailer

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oscar Miglior film straniero

Regia: stellastellastella

Interpretazione: stellastellacontini3

Sceneggiatura: stellastella

Musica: stellastella

Giudizio: stellastella

 

Trama

Ferrara, anni ‘30. Un gruppo di giovani vive il drammatico periodo del fascismo e delle leggi razziali ritrovandosi nel grande giardino dei Finzi Contini, una ricca famiglia ebrea.

Recensione

Il grande regista Vittorio De Sica sceglie di raccontare a suo modo una triste pagina di storia, collocando la vicenda nella Ferrara degli anni ‘30, periodo contraddistinto dalle prime leggi promulgate contro gli ebrei. Il suo film segue abbastanza fedelmente il romanzo omonimo di Giorgio Bassani, puntando molto sulla retorica giovanile. Il regista focalizza l’attenzione su un gruppo di universitari di buona famiglia, scandendo meticolosamente i ruoli e soprattutto la gerarchia approssimativa che vede ai vertici i fratelli Alberto e Micol, coloro che di fatto ospitano gli altri. Il giardino è concepito come un rifugio tranquillo, fuori dal quale l’ideologia fascista si fa largo con la sua pazzia. Di fronte alla questione razziale, i ragazzi reagiscono in modi diversi, coerenti al carattere e all’emotività personali. De Sica costruisce un contesto che isola paradossalmente l’aristocrazia abbiente, facendo dell’estrazione sociale una condizione fondamentale che costituisce l’intera chiave di lettura del film. Il cineasta italiano sembra prendere stilisticamente e contenutisticamente le distanze dai memorabili capolavori neorealisti che lo hanno contraddistinto come regista cinematografico, adottando soluzioni più confacenti alla moderna concezione di far cinema. “Il giardino dei Finzi Contini” è un film parlato sottovoce, in cui si percepiscono velati sentimenti e profondi stati d’animo sopraffatti da un cupo alone di nostalgia e drammatica consapevolezza. La storia fa indubbiamente riflettere, ma la prolissità e l’eccessiva retorica pesano sulla struttura, in accordo con un’interpretazione stanca e svogliata, tesa a ostentare un intellettualismo ingombrante e fuori tema. De Sica questa volta delude, anche se va riconosciuta la sua abilità d'interpretazione letteraria, risultato di una grande esperienza cinematografica.

orso

Alla statuetta dell'Oscar si aggiunge anche l'Orso d'oro, vinto al Festival di Berlino

 
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Martedì, 16.10.2018
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