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ACAB – All Cops Are Bastards

acab - all cops are bastards locandinaTitolo originale: ACAB – All Cops Are Bastards

Regia: Stefano Sollima

Sceneggiatura: Daniele Cesarano, Barbara Petronio, Leonardo Valenti

Cast: Pierfrancesco Favino, Filippo Nigro, Marco Giallini, Domenico Diele

Musiche: Mokadelic

Produzione: Italia 2012

Genere: Drammatico

Durata: 112 minuti

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Regia: stellastellastella

Interpretazione: stellastellastella

Sceneggiatura: stellastellastella

Musica: stellastellastella

Giudizio: stellastellastella

 

Trama

Cobra (Pierfrancesco Favino), Negro (Filippo Nigro) e Mazinga (Marco Giallini) sono tre “celerini bastardi”. Più che poliziotti si sentono “Celerini”. Immersi nella violenza, hanno imparato sulla loro pelle a essere un bersaglio in una società esasperata, governata dall’odio e senza regole, regole che loro vorrebbero far rispettare anche con l’uso e l’abuso spregiudicato della forza.

Quando Adriano (Domenico Diele) irrompe nel loro reparto e nelle loro vite private, educato dal gruppo alla legalità, all’ordine e all’applicazione violenta della legge, Sollima ci catapulta nel controverso reparto mobile, sullo sfondo dei più sconcertanti episodi di violenza urbana avvenuti nel nostro paese, dal G8 di Genova alla morte di Gabriele Sandri.

Recensione

Più pro che contro per la pellicola targata Stefano Sollima, un voyage introspettivo attraverso un microcosmo ancora inesplorato, reso straordinariamente bene soprattutto da un Pierfrancesco Favino in stato di grazia. Sarà che quel viso corrucciato, quell’espressione forte e quel tipo di barba ci ricordano davvero “il celerino”, ma l’attore non è solo speciem, è soprattutto interpretatio. Davvero lodevole la sequenza in cui Cobra, accusato di aver “spaccato la faccia” a un tifoso, si autodifende.

Nel complesso, il cast imbastito da Anna Maria Sambucco ha fatto un’ottima figura, ognuno a suo modo. Sollima si divincola nell’intricato scenario urbano, seguendo le gesta della squadra di Mazinga, compiendo i medesimi movimenti di macchina che avevano contraddistinto la serie cult Romanzo Criminale, e seppur le atmosfere e la ricostruzione storica narrata in quest’ultima avevano decisamente affascinato e giocato un ruolo importante, in ACAB sono bastate le storie.

I celerini di questo film sono innanzitutto “celerini”, dalle vite private amorfe, deformate, tristissime. Cobra, il più celerino di tutti, vive solo, attorniato da manifesti del Duce e dalla più tangibile incompiutezza, fuori dalla squadra mobile non esiste, all’interno di essa è vivo solo se anche i suoi “fratelli” sono presenti e la scena finale del film ne è l’emblema.

Negro è sposato con una ballerina cubana e ha una figlia, ma la sua mors civilis, la sua incapacità di gestire e far collimare famiglia e lavoro è talmente lampante da poter destare qualche domanda nello spettatore: non è molto originale… Tuttavia, la forza e la crudezza con cui Sollima lo rappresenta (vedi la violenza contro la moglie e la negligenza paterna incorreggibile) sono tutt’altro che banali.

Mazinga, d’altro canto, una famiglia ce l’ha ancora: la moglie, anch’essa poliziotta, e il figlio ribelle. Il celerino interpretato dall’ottimo Marco Giallini è il più anziano di tutti, il più stanco, il più provato e desolanti sono i suoi tentativi di rendere le cose “normali” per la sua famiglia. Ferito a una gamba durante uno scontro con degli Ultras, Mazinga è costretto a fermarsi. Nonostante ciò, malgrado il tempo a disposizione, rimane impossibilitato a svestire i panni da lavoro, è e sarà sempre un celerino, e il figlio la sua nemesi, il suo più acerrimo nemico.

La storia di ACAB è soprattutto la storia di Adriano, il giovane catapultato dalla strada al reparto mobile. Con una madre sotto sfratto e una vita sociale praticamente assente, rappresenta lo spannung di tutto il racconto: dall’immediato abuso dei suoi poteri alla denuncia finale dell’abuso di potere dei suoi nuovi “fratelli”.

Il merito di Sollima sta tanto nel rappresentare l’escalation di Adriano nel mondo violento della celere, quanto nel palesare il coraggio del ragazzo stesso e la fragilità di una forzata fratellanza. Splendida la colonna sonora scelta da Mokadelic. Nonostante in molti (vedere la protesta a Milano durante la presentazione del film) non ci stiano, affermando che “la vita non è un film“, la pellicola di Sollima cerca di toccare i punti salienti degli episodi di violenza della nostra recente storia italiana.

Attraverso le immagini, il regista ha romanzato un mestiere e lo ha fatto molto bene. Se Sollima avesse cercato di rappresentare, per esempio, il misfatto della Diaz, “il più grande errore della loro vita“, allora sì, forse sarebbe stato giusto protestare.

Curiosità

carica celerini

 

Il film è tratto dall’omonimo libro di Carlo Bonini

 

Foto: Emanuela Scarpa

Copyright © 01Distribution

Cristiano Nesta

Cristiano Nesta

Nato a La Spezia nel 1983 ma formato culturalmente a Parma, luogo in cui apprende la vera passione della sua vita: la scrittura. Cimentatosi nella stesura di racconti, perlopiù di genere horror, si avvicina al mondo del cinema grazie alle centinaia di trasposizioni cinematografiche dei romanzi di Stephen King (di cui scriverà la tesi specialistica). Nel 2010 realizza e pubblica il suo primo romanzo: Sulla lama dei ricordi. Laureato e specializzato in cultura editoriale e giornalismo.
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