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I Sette Samurai

i sette samurai posterTitolo originale: Shichi-nin no Samurai

Regia: Akira Kurosawa

Sceneggiatura: Akira Kurosawa, Shinobu Hashimoto, Hideo Oguni

Cast: Toshiro Mifune, Takashi Shimura, Yoshio Inaba

Musiche: Fumio Hayasaka

Produzione: Giappone 1954

Genere: Epico

Durata: 195 minuti

Trailer

toshiro mifune i sette samurai  toshiro mifune  i sette samurai di kurosawa

 

premio leone d'argento   Leone d’argento

 

Regia: stellastellastellastella

Interpretazione: stellastellastellastella

Sceneggiatura: stellastellastellastella

Musica: stellastellastella

Giudizio: stellastellastellastella

 

Trama

Giappone, XVI secolo. Un villaggio di contadini è costantemente depredato da una banda di briganti dedita a razzie e violenze. Mossi dalla disperazione, gli abitanti vanno alla ricerca di samurai in grado di proteggerli: ne trovano sette, ormai vecchi ma con un grande senso dell’onore e della dignità. I guerrieri giungono al villaggio per addestrare i contadini e affiancarli in battaglia.

Recensione

Povertà, fame, disperazione, amore e riscatto: sono tutti temi molto cari al neorealismo italiano che ha reso grande il cinema dello Stivale nel corso del secondo dopoguerra. Kurosawa ha il vantaggio di riprendere brillantemente le più profonde argomentazioni umane dell’epoca per trasporle in un mitico affresco epico (poco) scaldato dal Sol levante e bagnato (tanto) dalle piogge della terra nipponica.

Questa sua pellicola, autentica pietra miliare della cinematografia su scala mondiale, corrisponde a un ritratto crudo e immediato della società ancora impostata su precise regole feudali in voga in un Medioevo a lunga scadenza, basata su una logica di gerarchia stratificata nella quale domina il signore (governatore), in cima a una piramide comprendente vassalli, sudditi e infine contadini.

Proprio questi ultimi sono al centro della vicenda, sventurati protagonisti vessati dalle tasse e da 40 briganti (come i 40 ladroni nella favola di Alì Babà… chi vuol intendere, intenda). La loro aspra e sacrificata condizione è amaramente riassunta dall’affermazione di uno di loro: “Noi contadini siamo nati per soffrire“.

La pellicola di Kurosawa è in buona parte costruita su una strutturalità dialogica auto-commiserante e incisivamente tragica in grado di suscitare nello spettatore la giusta empatia, necessaria per comprendere la filosofia pervasiva. In parallelo alla misera presenza dei coltivatori rurali, si staglia generosa e fiera quella dei samurai.

Il regista non li osanna né li glorifica, inserendoli in un contesto di sostanziale equilibrio fra dote e peccato entro il quale trionfano i valori saldi e imperturbabili del guerriero votato alla giustizia e rispettato. I Sette Samurai non è un film qualsiasi, o meglio non è un pilastro qualsiasi, poiché in esso convivono sincronicamente codici e sottocodici stilistici capaci di amalgamarsi straordinariamente a una semantica colta, ricercata.

L’opera sembra figlia della Settima Arte nel suo stadio “silente”, quel cinema muto istintivamente fruibile e diretto: il film è fatto di movenze, gesti, espressioni che da soli irrompono nell’immaginario rendendo tutto comprensibile e più vasto. E se, a livello contenutistico, si rileva il forte influsso del neorealismo italiano, la forma riprende le linee guida dell’avanguardia tedesca, evocata dalla fotografia costruita su tinte chiaroscurali e atmosfere quasi consumate.

Tale rappresentazione, adattata alla concezione asiatica, presenta echi di primordialità teatrale tipica della commedia orientale, cinetica e macchiettistica. In quest’ottica si distingue un personaggio su tutti, il samurai Kikuchiyo interpretato dall’esilarante Toshiro Mifune.

La vicenda si divide in tre fasi ben distinte: il reclutamento dei guerrieri, l’addestramento dei contadini e la battaglia. La tripartizione della cronologia filmica influisce positivamente sul ritmo, tuttavia il lavoro di Kurosawa non è, ad analisi coerente, esente da critiche volte a sviscerarne le pecche stilistiche.

Si rileva, innanzitutto, una modalità di regia scandita da un montaggio lento (imposto dalla produzione), che indugia eccessivamente sui primi piani; l’enfasi risulta, nonostante la carismatica caratterizzazione dei personaggi, caricata all’ossesso sul pittoresco Kikuchiyo poc’anzi menzionato, con il rischio di allentare la tensione sulla tragicità dell’imminenza; infine la battaglia, caldeggiata e presunta da tanto studio tattico ma concretizzata con azione troppo debole per rivelarsi eclatante.

Gran bel film che si può ritenere, alla luce delle sue imperfezioni, un “capolavoro relativo” pienamente sussistente.

Curiosità

toshiro mifune è kikuchiyo

 

La versione integrale della pellicola ha una durata complessiva di 3 ore e 27 minuti.

Samuele Pasquino

Samuele Pasquino

Laureato in Lettere Moderne e giornalista pubblicista freelance, sono il creatore e direttore responsabile di Recencinema.it, appassionato della Settima Arte e scrittore eclettico.
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