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La grande bellezza

la grande bellezzaTitolo originale: La grande bellezza

Regia: Paolo Sorrentino

Sceneggiatura: Paolo Sorrentino, Umberto Contarello

Cast: Toni Servillo, Carlo Verdone, Sabrina Ferilli

Musiche: Lele Marchitelli

Produzione: Italia 2013

Genere: Drammatico

Durata: 142 minuti

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jep gambardella  carlo verdone e toni servillo  toni servillo e sabrina ferilli

 

premio oscar   Miglior film straniero

 

Regia: stellastellastellastellastella

Interpretazione: stellastellastellastellastella

Sceneggiatura: stellastellastella

Musica: stellastellastella

Giudizio: stellastellastellastella

 

Trama

Jep Gambardella (Toni Servillo) è il re della vita notturna romana, immerso nei vizi e nei peccati mondani di una borghesia altolocata dedita alle feste, all’abbandono e al delirio intellettuale. I party organizzati nel suo terrazzo richiamano nomi di spicco, soubrette fallite ed esistenze allo sbando, che riacquisiscono la propria quotidiana normalità alle prime luci del sole.

Recensione

Quando sono arrivato a Roma, a 26 anni, sono precipitato abbastanza presto, quasi senza rendermene conto, in quello che potrebbe essere definito ‘il vortice della mondanità.’” (Jep Gambardella)

La grande bellezza è l’opera che consacra definitivamente il regista Paolo Sorrentino consegnandolo all’attenzione dell’Olimpo cinematografico oltreoceano, ponendosi come perfetta sintetizzatrice dell’intero percorso filmico compiuto in passato.

L’uomo in più (2001), Le conseguenze dell’amore (2004), L’amico di famiglia (2006), Il divo (2008) e This must be the place (2011) confluiscono nel fulgido esempio di celluloide popolar-colta capace di farsi apprezzare anche da Hollywood a tal punto da meritare un Oscar che in Italia non si vedeva dal lontano 2009, l’anno di Benigni e del suo capolavoro La vita è bella.

Il cinema nostrano, finora sostenuto a fatica solo da miti quali Ermanno Olmi, Bernardo Bertolucci, Nanni Moretti e Ferzan Ozpetek – luci nell’oscurantismo profuso da banali commedie o perle d’idiozia – risorge imponendosi nuovamente agli occhi del mondo e facendolo con classe ed eleganza.

Sorrentino racconta il nostro Paese nella storica cornice del Caput Mundi, una Roma coacervo di meraviglie architettoniche e madre adottiva di lingue e plurime nazionalità che la rendono una Babele popolata da italiani, turisti giapponesi, domestiche sudamericane e viandanti spagnole.Il film, tuttavia, è stato in parte girato anche all’Isola del Giglio, in particolare a Punta Capel Rosso col suo simbolico faro.

Una parabola strettamente intrecciata ai roboanti moniti biblici che rievocano Sodoma e Gomorra e silenti inferni sulla Terra, spettacoli trasposti in un teatro di lusso e perdizione, nella piena contrapposizione fra peccato e purezza.

Il protagonista Jep Gambardella si fa cantore guida di una dimensione costruita sulla prospettiva dantesca dell’abisso, del girone, del fallace, presentando (facendone parte) una classe che difende strenuamente una maschera fatta di ipocrisia, falsa cultura e snobismo ostentato.

Maschera che cela mediocri, falliti, erotomani esasperati, qualunquisti e cinici abbandonatisi alla volgarità. Il deus ex machina giudicante, e dietro il quale la folla di spettatori osserva, percorre le strade della città e fruisce dell’alternarsi del giorno e della notte, incontrando personaggi biascicanti, schiacciati sotto il peso dell’apparenza e della miseria esistenziale.

Lo stesso Jep è figlio di un parto ambiguo, il cui travaglio destina dolore e sacrificio al nulla idealizzato ma irrealizzato, esponendo una mistificazione quale unica soluzione alla noia, che pure vince e alla quale inevitabilmente si soccombe.

Sorrentino riempie le inquadrature di estraniazioni forti quasi fossero arti figurative incarnate, riassumendo tutta la filosofia scenico-semantica di Fellini e attingendola da assoluti come Satyricon, La città delle donne e Le notti di Cabiria.

Il gusto circense del compianto cineasta emiliano si sposa appieno con la presunzione disadattata dei mondani consapevoli del proprio fallimento umano, ai quali non resta altro che il ridicolo per divertirsi, o il suicidio per sfuggire alla propria condizione.

Nei discorsi notturni, poi, affiorano tutti i veleni che compongono la malattia interiore già espressa ne La dolce vita, il punto più alto del drammatismo felliniano. Una storia, dunque, che parla di decadenza, alla quale Sorrentino oppone il credo religioso, echeggiante nella continua presenza di suore, cardinali (tristemente cedevoli anch’essi al vizio) e di una Santa (interpretata dalla brava Giusi Merli), ultimo baluardo di una sacralità che, alla fine di una estenuante scalinata, cade e muore, piegata all’irreversibile misfatto.

La grande bellezza è realmente una bella pellicola, colpevole – se di colpa si tratta – di non riuscire a farsi comprendere da tutti a causa di un eccessivo zelo in termini di allegoria letteraria. Toni Servillo obiettivamente eccezionale, compresenze provvidenziali, camei funzionali.

Curiosità

toni servillo la grande bellezza

La versione integrale della pellicola dura complessivamente 172 minuti.

Samuele Pasquino

Samuele Pasquino

Laureato in Lettere Moderne e giornalista pubblicista freelance, sono il creatore e direttore responsabile di Recencinema.it, appassionato della Settima Arte e scrittore eclettico.
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