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Tito e gli alieni

Titolo originale: Tito e gli Alieni

Regia:  Paola Randi

Cast: Valerio Mastandrea, Clemence Poesy, Luca Esposito, Chiara Stella Riccio

Musiche: Giordano Corapi e Fausto Mesolella

Produzione: Italia 2018

Genere: Commedia

Durata: 92 minuti

lucky Red logo   Trailer

clemence poesy e valerio mastandrea  relax nel deserto  sentire gli alieni

Regia: stellastellastella

Interpretazione: stellastellastella

Sceneggiatura: stellastellastella

Musica: stellastellastella

Giudizio: stellastellastella

 

Trama

Anita, 16 anni (Chiara Stella Riccio) e Tito, 7 anni (Luca Esposito), già orfani di madre perdono anche l’amato padre Fidel (Gianfelice Imparato), il quale li affida, tramite messaggio video, al fratello scienziato, il professore (Valerio Mastandrea). Fratello e sorella si ritrovano così a lasciare Napoli per raggiungere l’alienato zio in un luogo strano e desolato: l’Area 51, un posto misterioso dove si dice vivano gli alieni.

Recensione

Con Tito e gli Alieni Paola Randi  torna, dopo Into Paradiso del 2011 – che narra l’ incontro tra comunità napoletana e minoranza srilankese – al lungometraggio con un’opera seconda. E per farlo lascia, ma non del tutto, Napoli e si spinge in luoghi lontani e atipici per il cinema italiano contemporaneo.

Nevada, Almeria, fino alla centrale di Montalto di Castro per narrarci una piccola grande storia che affronta il tema della morte e dell’aldilà in chiave fantasy con toni da commedia dolce amara.  “Il deserto del Nevada –  afferma la Randi – è una terra desolata come la Luna dell’Orlando Furioso,  un paesino di 54 abitanti, cowboy e agricoltori tutti convinti di essere custodi di un Universo più ampio: perché nell’Area 51 secondo loro ci sono gli ingegneri alieni che lavorano con quelli terrestri per fare cose meravigliose per lo sviluppo dell’umanità. Quindi abbiamo girato in quel luogo lì perché era l’unico possibile.  Un luogo dismesso in cui far rivivere sogni mezzi abbandonati”.

“La vita è troppo veloce e i ricordi sbiadiscono”

Quando si perde memoria si smarrisce anche l’identità e la realtà si ricompone e assume caratteristiche nuove. Chi perde la memoria non si riconosce e spesso non riconosce i suo familiari, non è più lo stesso e allo stesso tempo lo è ancora. E’ così che la regista si è immaginata la realtà: vista con gli occhi di qualcuno che ha perso la memoria e tenta di ricomporla con coraggio, creatività e umorismo.

Il professore senza nome, interpretato da un Mastandrea quasi perfettamente a suo agio con linguaggi fino a ora poco esplorati, quali l’inglese e il napoletano, soffre per la perdita della sua compagna, collega e moglie, e al contempo teme di dimenticare il suo volto e la sua voce, per questo non riesce a staccarsi dal suo ricordo cristallizzato in una fotografia e da voci, conversazioni, suoni immagazzinati dentro il decoder, questo macchinario “Lucy” da lui inventato per questo esperimento militare super segreto e che rimarrà più o meno tale (non è molto chiaro l’obiettivo finale dell’esperimento, la sceneggiatura è un po’ claudicante da questo punto di vista, consapevolmente, forse).

Allo stesso modo il piccolo Tito che usa la fotografia del padre come un telefono, un mezzo di comunicazione evocativo (potere dell’immagine) così come prima di lui aveva fatto suo padre (il bravo Gianfelice Imparato) con la mamma.

 “Il ricordo è un modo d’incontrarsi”. (Kahlil Gibran)

La Randi, che oltre ad aver diretto la pellicola l’ha anche scritta (dal soggetto alla sceneggiatura) ha scelto, d’accordo con la produzione, di partire dalla fantascienza (genere a lei molto caro) ma di focalizzarsi su aspetti emozionali più vicini.

Lì dove la tecnologia, gli effetti speciali non possono arrivare, per evidente mancanza di budget, arrivano le emozioni, la bellezza dei colori, attraverso una fotografia che è un’opera d’arte, con una scelta cromatica molto forte e centrata, una gallery di fotogrammi originali e insoliti, specie quella iniziale che vede Mastandrea disteso su questo divano con tuta da lavoro, immerso nel nulla del deserto e nelle voci provenienti dal passato, completamente distaccato dal presente.

Lo stesso divano che nel corso del tempo filmico cambierà funzione e valenza. O ancora il sogno di Tito: un incubo dadaista che per un attimo ci fa dimenticare di essere in un film italiano, per il suo anticonformismo e per una post produzione più che dignitosa.

I riferimenti a Zemeckis o a Spielberg sono evidenti. Il più immediato è a Incontri ravvicinati del terzo tipo, dal bambino che apre la porta al mondo degli alieni, senza paura, con ingenuità e purezza, all’incontro con personaggi di un’altra galassia, quelle dei ricordi o dell’aldilà in questo caso – e non degli alieni come per Spielberg. Sequenza, quest’ultima, che coinvolge inevitabilmente lo spettatore in un vortice di commozione e nostalgia.

“Non esiste separazione definitiva finché esiste il ricordo”. (Isabel Allende)

Perché il tema, quello del lutto e della sua elaborazione è un tema che bene o male coinvolge tutti e tocca le corde emotive in modo tenero e leggero con toni da commedia all’italiana, con sketch partenopei, forse un po’ stereotipati, ma senza dubbio esilaranti, grazie anche alla recitazione molto naturale dei due esordienti Chiara Stella Riccio, piccola stella luminosa che viene dal teatro di strada (l’associazione “Maestri di strada” una ONLUS napoletana che organizza vari laboratori dedicati ai ragazzi che vivono confinati nelle periferie delle città, nelle situazioni in cui gli affetti sono deboli) o il piccolo Luca Esposito di Scampia, disinvolto sul set come fuori.

Tito e gli Alieni è un’opera che coniuga qualità e originalità in tutte le sue componenti, dalla regia al montaggio, dalla fotografia al cast, dalla scenografia alla musica. Tutti insieme al servizio di un testo e di una regia che prendono per mano lo spettatore e lo conducono verso una strada densa di allegria e commozione.

Curiosità

ballo

Tito e gli Alieni è stato realizzato con il sostegno di Rai Cinema, Mibact, Regione Lazio e Lucky Red

 

 

Immagini: Copyright LUCKY RED S.r.l.

Gemma Buonanno

Gemma Buonanno

Gemma Buonanno, pugliese di origine, milanese ad interim, romana dal 2007. Ho una laurea in Sociologia con indirizzo in cinema, tesi di laurea su Dino Risi e la commedia all'italiana; specializzazione alla Cattolica di Milano in comunicazione sociale indirizzo spettacolo con una tesi dal titolo "Il film noir nel cinema post moderno". Mi piacciono molto "le vite degli altri" viste dietro e attraverso uno schermo. Per questo amo il cinema e la fotografia, il modo in cui l'arte figurativa riesce a raccontare la realtà, a rappresentarla, a interpretarla, ma anche a trasfigurarla. Mi piace il cinema d'autore, non amo molto il genere fantastico e mainstream (con le dovute eccezioni per alcune serie TV). Vado spesso al cinema, mi piace la sala buia ma non disdegno il salotto di casa mia, non ritengo che piattaforme come Netflix siano antitetiche al cinema, ma solo un'alternativa. Collaboro con Recencinema da ormai 6 anni, amo seguire le conferenze stampa, parlare di e con i protagonisti di un'opera, sentirmi parte, anche se per pochi minuti, di qualcosa di unico e incredibile: il Cinema, la settima arte.
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