- C'era una volta in Italia

La classe operaia va in paradiso

la classe operaia va in paradiso locandinaTitolo originale: La classe operaia va in paradiso

Regia: Elio Petri

Sceneggiatura: Elio Petri, Ugo Pirro

Cast: Gian Maria Volontè, Mariangela Melato, Gino Pernice, Luigi Diberti

Musiche: Ennio Morricone

Produzione: Italia 1971

Genere: Drammatico

Durata: 116 minuti

Trailer

 

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palma d'oro cannes   Miglior film al Festival di Cannes

 

Regia: stellastellastellastella

Interpretazione: stellastellastellastella

Sceneggiatura: stellastellastellastellastella

Musica: stellastellastella

Giudizio: stellastellastellastella

 

Trama

Ludovico Massa (Gian Maria Volontè) è un operaio modello della fabbrica B.A.N., tanto attivo nel lavoro quanto spento nella vita privata, diviso fra l’ex moglie, il figlio e la nuova compagna Lidia (Mariangela Melato) con figliastro al seguito.

Schiavo della frenetica routine che lo costringe a sostenere infernali ritmi di produzione tra le macchine dell’officina, avalla comunque il lavoro a cottimo inimicandosi colleghi e sindacati, gli stessi che si schiereranno dalla sua parte una volta licenziato dall’azienda dopo aver perso un dito durante un incidente.

Recensione

Dopo averci fatto toccare con mano la corruzione, l’ipocrisia e il viscidume dei poteri forti rappresentati lucidamente nel capolavoro Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto, il poliedrico Elio Petri ci conduce all’interno di una fabbrica degli anni ’70 assordandoci con la rabbia gridata e le roboanti frustrazioni de La classe operaia va in paradiso.

Il secondo capitolo della speciale trilogia della nevrosi vuol fare da elemento di continuità con la passata produzione del regista, contraddistinta da un serrato impegno civile nella quale il lato oscuro della società viene ritratto in un clima di aspra denuncia e latente disperazione.

A ciascuno il suo e Un tranquillo posto di campagna, girati rispettivamente nel 1967 e nel 1968, erano soltanto l’inizio di un lungo percorso di amplificazione dei drammi di casa nostra, taciuti e nascosti nella più profonda rassegnazione dell’esistenza all’ombra delle più alte scrivanie statali. Ebbene, La classe operaia va in paradiso rappresenta la prima vera rivendicazione urlata dei diritti essenziali appartenenti a una forza lavoro sfinita e sminuita, svalorizzata e sfruttata.

Petri offre lunghe ed estenuanti sequenze governate da un sincopato montaggio di scene dalla violenta meccanicità: come già fece Charlie Chaplin nel suo memorabile Tempi moderni, si inquadra, squadra e riassume un ginepraio di catene e sudore al servizio delle macchine, alle quali occorre non l’uomo che pensa bensì l’unità di carne e sangue che obbedisce facendo funzionare l’ingranaggio. Peccato che anch’essa, e purtroppo non inconsapevolmente, di un ingranaggio fa parte, sicché ne scaturisce immediatamente la logica dell’alienazione a scapito della libera ragione.

Il Massa, interpretato con eccelsa bravura dall’inarrivabile Gian Maria Volontè, è l’esempio dell’umanità portata al limite, reclusa e perennemente pronta a cedere, a implodere schiacciata dal sistema. La vicenda non elude l’intricato gioco di fazioni perpetrato nel periodo in cui la pellicola di fatto è ambientata, una battaglia combattuta sul filo delle missive, delle marce e dei proclami dai movimenti studenteschi (ondivaghi e poco concreti) e dai sindacati (troppo spesso complici dei padroni).

Erano i tempi dei cortei operai e degli scioperi, delle occupazioni universitarie, delle braccia incrociate allo scopo di guadagnare non tanto più soldi quanto più dignità.

Nelle vene di questo concentrato di Neorealismo redivivo scorre una feroce critica marxista all’indirizzo del concetto abominevole di alienazione, quest’ultima talmente pressante da inficiare persino la virilità del lavoratore, così fiaccato da non riuscire ad affrontare nemmeno un rapporto sessuale.

In barba al cineasta Jean-Marie Straub (secondo il quale le copie della pellicola sarebbero dovute finire in un grande falò), ai politicanti di sinistra e alla classe dirigente di quell’epoca, La classe operaia va in paradiso vinse la Palma d’Oro al Festival di Cannes, guadagnando consensi negli anni successivi fino alla consacrazione come pietra miliare del cinema italiano.

Curiosità

fabbrica

Petri muove le sue cineprese nei locali della fabbrica Ascensori Falconi di Falconara, dunque laddove si era appena verificato uno stop traumatico della produzione finito addirittura in Parlamento.

Samuele Pasquino

Samuele Pasquino

Laureato in Lettere Moderne e giornalista pubblicista freelance, sono il creatore e direttore responsabile di Recencinema.it, appassionato della Settima Arte e scrittore eclettico.
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