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Analisi spazio-temporale di una Carneficina

Conformato sullo stile elegante e pragmatico del regista Roman Polanski, il film Carnage segue una linea narrativa inusuale, che non si accontenta di seguire le costanti, ma gioca con lo spazio e il tempo, alla ricerca di una perfezione formale che sia drammatica e, allo stesso momento, comica.

Il prologo di Carnage

prologo carnage polanskiGià dal prologo si intuisce l’anticonvenzionalità della pellicola, che propone una storia surreale nella sua verosimiglianza. Lo sguardo si apre sulla panoramica di un parco tipicamente newyorkese, inondato dalla musica concitata di Alexandre Desplat. I titoli di testa avanzano bianchi in primo piano relegando le figure umane a semplice sfondo impressionista, in cui si distinguono alcuni ragazzini in ricreazione.

La scena è incorniciata da due grandi alberi che delimitano il palcoscenico dell’azione come in un teatro all’aperto: le giovani figure avanzano leggermente, l’occhio della cinepresa va loro incontro e, improvvisamente, un giovane colpisce il coetaneo sul viso con un bastone, poi l’insieme si disperde velocemente. La prima sequenza si è conclusa senza grande enfasi, nessun volto, nessun nome, nessun movente. Dissolvenza in nero.

Incontro fra genitori in una casa di Brooklyn

carnage casa di brooklynCi si trova ora in una casa di Brooklyn, dove i genitori dei ragazzi si sono incontrati con l’intento di risolvere civilmente la questione. I quattro e unici protagonisti di questa commedia corale sono Penelope e Michael Longstreet, genitori di Zachary (la vittima), e Nancy e Alan Cowan, genitori di Ethan (il carnefice).

Dei due ragazzini e del palcoscenico bucolico non rimarrà che una traccia verbale nel resto del film, come dire, un semplice pretesto per affrontare un altro tema: gli stereotipi della società occidentale, a partire da quello della famiglia.

L’inizio è un concerto di belle facce dai sorrisi falsamente cortesi, che calibrano le parole nel formulare velate accuse l’un l’altra, almeno fino al momento in cui la situazione sfugge loro di mano e quello che sembrava uno sfoggio di buoni propositi si deforma in attacchi verbali feroci, urla, rigurgiti, oltraggi.

Nancy stessa, in balia dei fumi dell’alcol, sprigionerà più avanti il senso di liberazione tratto dalla caduta della sua maschera formale:

Michael, sarà contento ora eh?! Questa nostra cosa…”buonista”, come l’ha chiamata lei, sta andando a puttane, ma… Hey! Sapete una cosa? Io ho la sensazione che sia quasi… piacevole”.

Il palcoscenico delle coscienze

appartamento set carnagePolanski cuce sullo schermo Le Dieu du carnage, (il Dio della carneficina) di Yasmina Reza, autrice dell’originale pièce teatrale e co-sceneggiatrice nell’adattamento cinematografico. Nel far ciò, sceglie di replicarne l’impianto scenografico unico: l’appartamento/set, location esclusiva, viene eletto a palcoscenico delle coscienze.

Uno spazio claustrofobico dal quale i Cowen cercheranno invano di uscire e che assume qui il significato di una trappola, la stessa nella quale sono metaforicamente imprigionati i personaggi, palesemente vittime della loro etichetta sociale.

Ci sono i Longstreet: Penelope, scrittrice liberale, progressista, socialmente impegnata; suo marito Michael, rappresentante di articoli per la casa, dall’aria semplice e accomodante, un buon padre di famiglia che ha avuto però la freddezza di abbandonare il criceto di sua figlia in mezzo a una strada.

Ecco poi i coniugi Cowen: Nancy, consulente finanziaria composta e perbenista, e Alan, avvocato di successo, personaggio cinico e nichilista, l’unico che gode del privilegio del collegamento con l’esterno della casa in virtù del suo disinteresse cronico. Nancy lo riprenderà più volte davanti allo sguardo attonito dell’altra coppia:

Insopportabile!… È sempre così, giorno e notte, la nostra vita è scandita da quel cellulare… per la strada, a tavola… Io non protesto neanche più… Resa incondizianata!

Ma poi, in un accesso d’ira, glielo strapperà dalle mani e lo getterà nel vaso di tulipani ricolmo d’acqua di Penelope. Così Alan, privato del suo oggetto-totem, dovrà fare suo malgrado i conti con la necessità impostagli dal suo ruolo di genitore e marito.

Narrazione in tempo reale

polanski sul set di carnagePolanski manifesta sin dall’inizio la volontà di trasporre sullo schermo una narrazione in tempo reale, fedele allo spettacolo teatrale, una vera sfida per il cinema: 80 minuti di azione ininterrotta in un’unica location, rinunciando ai più classici espedienti cinematografici.

Nessun flashback, nessuna ellissi, nessun commento sonoro, i movimenti di macchina sono ridotti al minimo per lasciar parlare la mimica facciale, la gestualità teatrale dei protagonisti ed enfatizzare il gioco di ruoli innescato a partire dall’evidente contrapposizione caratteriale dei personaggi, emblemi di quattro “tipi” della classe media statunitense.

Il ruolo degli attori e l’importanza della scenografia

scenografia carnagePer ottenere questo risultato, gli attori hanno affrontato per volontà dello stesso regista un training di due settimane, durante il quale hanno dovuto imparare a memoria l’intera sceneggiatura, proprio come si usa fare a teatro. Una volta giunti sul set erano padroni dello spazio, conoscevano perfettamente i movimenti di ogni personaggio.

Le riprese in tempo reale determinano, infatti, che qualunque movimento dei personaggi avvenga davanti alla macchina da presa; era inevitabile, dunque, che la recitazione dovesse evitare la benché minima sbavatura.

Tavoularis, lo scenografo, ha poi ricreato per il set uno spazio nel quale fosse realmente possibile muoversi dallo studio al salone e dal salone alla camera da letto e al bagno, rendendo il luogo più autentico possibile. Allo stesso modo, preoccupato delle incursioni della macchina da presa, ha arredato la casa nei minimi dettagli, anche laddove si pensava che l’occhio della telecamera non sarebbe arrivato.

Ironia e realismo nella riflessione di Polanski

È attraverso un accurato sostrato organizzativo e stilistico che Polanski formula coerentemente la sua riflessione ironica e realista, in grado attraverso un mix esplosivo di satira, dramma e commedia, di affrontare temi quotidiani: la complessità dei ruoli sociali, le dinamiche di coppia, il ruolo genitoriale, l’uso eccessivo e straniante delle tecnologie.

Una storia comune e molto vera nella quale ognuno può ritrovare le tracce di un vissuto personale. Come a voler dire che nonostante l’evoluzione, la cultura, la moralità, tutti sono in fondo figli di quel primitivo Dio del massacro: è sufficiente trovarsi in trappola per riscoprire la ferocia dell’essere umano.

Chanda Tannakoon

Chanda Tannakoon

Chanda, di padre cingalese e madre italiana è nata a Torino. Ha studiato al DAMS, specializzazione cinema. Va da sé la sua passione per la settima arte e per i film d’Essay in particolare, oggi si occupa di correzione di bozze ed editing, nel tempo libero fa tanto sport e crea inediti complementi d’arredo. È solare, estroversa, creativa, vivace.
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