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Don’t clean up this blood

Basato su quanto accaduto presso la scuola Diaz di Genova la notte del 21 luglio 2001, Diaz – Don’t clean up this blood di Daniele Vicari intreccia la cronaca con piccole storie personali.

Le storie di Luca, Anselmo, Nick e Alma

Come quella di Luca, giornalista della Gazzetta di Bologna che decide di andare sul posto per capire cosa sta realmente succedendo; oppure quella di Anselmo, un anziano militante della CGIL che ha preso parte al corteo pacifico contro il G8 e non ha trovato altro posto in cui dormire se non la scuola; o ancora Nick, manager francese giunto a Genova per seguire un seminario, respinto da tutti gli alberghi. Su tutti Alma, anarchica tedesca, già turbata dalla violenza delle offensive, che aiuta il Social Forum nella ricerca dei dispersi.

Il blitz nella scuola Diaz

Dagli scontri per il G8, nel corso dei quali il giovane Carlo Giuliani è stato ucciso, si ripercorrono i momenti di fuoco che culminano nel blitz nella scuola Diaz. Ricostruendo frammenti di immagini che si fondono con quelle trasmesse anni fa dalle emittenti italiane, Vicari ricompone il mosaico che raffigura la violenza allo stato puro.

diaz scenaNella scena del blitz, di altissimo impatto emotivo, ci si chiede in maniera quasi ossessiva cosa possa scatenare gli istinti più gretti dell’animo umano. Mentre la ferocia delle immagini ferisce gli occhi come schegge di vetro e il tonfo sordo dei colpi di manganello rimbomba dentro, all’altezza del petto, non si può fare altro che continuare a interrogarsi su cosa spinga persone “normali”, tutto sommato dei lavoratori come tanti altri, ad arrogarsi il diritto di infrangere qualunque regola, di allontanare la civiltà con un calcio negli stinchi.

Non trovando risposte plausibili allo scempio che si compie davanti agli occhi, le domande si susseguono sempre più incalzanti, e ci si arriva a chiedere cosa scatta quando si perde la lucidità delle proprie azioni, quando le grida che riecheggiano per le scale e nelle aule vengono recepite non più come richieste d’aiuto ma come incitazioni della folla ai guerrieri, che colpiscono sempre più forte, con foga sempre maggiore.

La mente non trova pace, interrogandosi su cosa può spingere un poliziotto a colpire in pieno volto una ragazza con le mani alzate in segno di resa, ad accanirsi con così tanta veemenza da lasciarla riversa al suolo in una pozza di sangue. Non è la legge del taglione, è la guerra; non è più occhio per occhio, ma occhio per volto, occhio per dignità, occhio per vita. Fino a quando qualcuno non riacquista le facoltà mentali e riesce a dire con voce ferma “basta”.

Ormai è troppo tardi: voltandosi attorno, il vicequestore aggiunto Max non vede altro che giovani corpi martoriati a suon di manganellate, ragazze sfigurate dalle botte, esistenze in corto circuito. Il suo disorientamento è lo stesso che si prova dall’altra parte dello schermo, quando ci si rende conto che questa volta non si tratta solo di un film sanguinolento, né delle fantasie cruente di un regista visionario.

Purtroppo è andata in scena la cronaca, esplosa davanti agli occhi come una molotov. E per rimuovere quelle immagini non basterà scrollarsi come se ci si svegliasse da un incubo. Quel sangue non potrà mai essere cancellato con un colpo di spugna.

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