guido orefice ispettore scolastico
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Dove lo trovate uno più bello di me?

giosuéNel famoso film La vita è bella di Roberto Benigni, il racconto dell’Italia di quegli anni si sviluppa dietro il velo della fiaba: un velo del tutto simile a quello caduto all’epoca sugli occhi di molti. Guido Orefice è un ebreo italiano che si innamora di una maestra elementare, Dora, che d’ora in poi chiamerà principessa.

In ogni fiaba che si rispetti non possono mancare i cattivi: eccoli lì, allora, sotto i panni dei gerarchi fascisti, ma non solo. C’è tutta una combriccola di complici o di sudditi che spiana la strada al diffondersi del male. Il protagonista, allora, non può che essere un bambino, Giosuè, che deve affrontare il suo viaggio per la prima volta nel mondo.

La sua avventura, però, inizia male: sarà solo grazie all’intervento di suo padre che uscirà indenne dalla casa dei mostri e, soprattutto, porterà intatta con sé la sua fiducia nel mondo.

Guido, Ispettore scolastico: smascherare la realtà con l’ironia dell’assurdo

guido orefice ispettore scolasticoOra, nel film c’è un momento particolare in cui la fiaba si rivela essere non soltanto una difesa contro la brutalità del reale, ma un’importante chiave di lettura della realtà stessa, forse l’unica possibile. Guido è appena riuscito a infiltrarsi nella scuola dove lavora Dora. Ha preso il posto dell’Ispettore scolastico e intende approfittare dell’occasione per avvicinarsi indisturbato alla sua amata. La classe lo accoglie in religioso silenzio: siamo di fronte a un’Autorità e la scuola, per ogni regime, è il primo luogo in cui l’autorità non si discute.

Guido porge sbrigativamente alcune domande al corpo docente; quando poi, però, dopo essere riuscito a fissare un appuntamento con Dora, si appresta ad andarsene, la Direttrice lo blocca. “Preparatevi, bambini” – annuncia solennemente – “il nostro Ispettore ci dimostrerà che la nostra razza è una razza superiore! La migliore di tutte!”.

discorso sulla razza in la vita è bellaGuido per un attimo rimane disorientato: proprio lui, un ebreo, dovrebbe fare un discorso del genere? Tuttavia, non si scompone. Ripreso il controllo di sé, balza su un banco e comincia il suo sermone: “Perché, bambini, hanno scelto proprio me per dimostrarvi che la nostra razza è superiore?”. Detto ciò, compie un giro su se stesso: “Dove lo trovate uno più bello di me?” – domanda – “Voi avete davanti un’originale razza superiore, ariana, purissima!”.

E, per dimostrare quanto detto, mostra a tutti il suo orecchio: “In Francia se lo sognano un orecchio così!”. Alla fine, per non lasciare più adito a dubbi, arriva a mostrare persino il suo ombelico: “Un ombelico italiano, della nostra razza!”. Quando poi viene sorpreso dal vero Ispettore, se la squaglia sogghignando da una finestra, come un folletto dispettoso.

È dunque questa la cifra per comprendere la realtà: capovolgendola, sollevandola e scuotendola, essa lascia cadere tutti i suoi oggetti superflui. Per smascherare la realtà non c’è niente di meglio del suo opposto, cioè l’assurdo: in questo modo ci accorgiamo, noi che nella realtà ci viviamo, che se l’assurdo è tale perché è la sua natura d’esserlo, la nostra vita, invece, non ha giustificazioni. L’ironia è il primo passo verso la demistificazione.

La verità della storia

la difesa della razzaIl Manifesto della razza fu redatto in Italia nel 1938 e fu un atto di deferenza nei confronti del regime nazista, oramai solidissimo e capace di sfidare il mondo intero. Per un paese come il nostro, abituato ormai da secoli alla promiscuità culturale ed etnica, fu un colpo durissimo: espellendo gli ebrei, si veniva a colpire una categoria produttiva che si andava oramai assottigliando, in uno Stivale sempre più votato all’autarchia e al ritorno alla terra.

Ma non fu solo un problema economico. Davanti al resto del mondo, l’Italia annunciava a chiare lettere la sua posizione e si sottraeva definitivamente all’orbita degli altri Stati occidentali. Questo decreto fu stabilito dall’alto, e per la prima volta forse il popolo italiano si domandò effettivamente dove lo si stesse portando.

Fino ad allora il fascismo aveva fatto leva sui sentimenti cosiddetti ‘nazionali’, e si era instaurato sui solchi della tradizione contadina e piccolo-borghese, ispirandosi anche ai fasti dell’antichità. Ma l’Italia non era mai stato un paese razzista. Il provvedimento suscitò più perplessità che adesioni. Dappertutto si aprirono gli occhi e ci si accorse di far parte di un gioco enormemente più grande, che si giocava nei palazzi del potere e che aveva come unico scopo il dominio e la guerra. Tutto il resto era stato soltanto un’apparenza.

Gli italiani si trovarono così di punto in bianco spodestati del ruolo che si erano illusi di avere. Erano soltanto sudditi e in procinto di partire per un conflitto mortale.

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