
Crediti foto: Claudio Iannone
Commedia firmata dal poliedrico Antonio Albanese, Lavoreremo da grandi è un collage di fotogrammi in movimento che, proprio in quella grottesca dinamicità piacevolmente goffa e irresistibilmente geniale conferita dall’impaccio cosmico dei suoi protagonisti, rilascia l’esilarante slancio di una situazione ben oltre il surreale.
In questa giostra dal fuoco invisibile, le scintille più imprevedibili sono rappresentate da personaggi definibili in altri contesti “di contorno”. Albanese, tuttavia, ci ha abituato a pensare che nulla nei suoi film possa essere considerato banale, e nemmeno a margine. Non lo è affatto il character destinato a portare scompiglio emotivo sul finire di una notte interminabile, Giulia.
La giovane figlia di Umberto – interpretata dalla caleidoscopica e versatile attrice Claudia Stecher – è una di quelle scosse telluriche indimenticabili, capaci di smuovere anche le acque più melmose, sgretolare muri e, soprattutto, prendere a ceffoni le più letargiche coscienze con il potere acuminato di poche, affilatissime parole.
Giulia nel silenzioso occhio del ciclone
Si presenta all’improvviso nell’occhio del ciclone silenzioso camuffato da “festicciola”, non si cura del disagio che pur percepisce, sembrando un’opportunista in cerca di un rifugio temporaneo dal suo compagno rapper.
In vero, però, piomba in casa di Umberto per una ragione non detta ma necessaria da cogliere: dare una nuova occasione al genitore per fare il padre e comportarsi come tale, e magari redimersi a fronte della lunga sequela di fallimenti affettivi rimediati fra scelte sbagliate e apatia infantile. Umberto, infatti, ha alle spalle due divorzi e altrettanti figli, uno per ciascun matrimonio.
Così, Giulia risulta la sorellastra di Toni, dal quale riceve un sonoro schiaffo dopo averlo soprannominato “avanzo di galera”, epiteto impietoso, estremamente aggressivo ma… non così immeritato per un truffatore spavaldo e a rischio recidiva nel suo futuro incerto. La ragazza, a differenza di tutti, non scappa dalla vita ma la affronta petto in fuori e nella maniera più anticonvenzionale, come evidenziato dal look libero, dark techno punk, adottato senza paura del giudizio altrui, sull’onda della contemporaneità giovanile.
Spirito libero contro ipocrisia e falsità
Giulia non vuol essere gentile, non sviolina e non consola, e nemmeno odia. Semplicemente, vive a modo suo. Si rivela spirito indomito, finanche spudorato, anticonformista, dalle vedute coraggiose e indenne all’ipocrisia di una società bugiarda. Lo dimostra quando le cade dalla borsetta un giocattolo sessuale hitech e, di fronte allo stupore e allo sbigottimento di tutti, esclama con assoluto candore: “È un dildo”. Come dire, la vergogna è davvero soltanto negli occhi di chi guarda!
Bellissima e irruenta, dal carattere impossibile da ammansire o corrompere, ancora una volta non trova nel padre un supporto di cui avrebbe bisogno, e quella rabbia sopita di figlia trascurata torna a manifestarsi sputando in faccia a Umberto una verità incontestabile: è un fallito incapace di smentirsi, di risvegliarsi dal proprio sonno reticente alle responsabilità di quell’impresa ch’è la vita.
E lei, contrariamente a quanto falsamente deducibile, non è una cattiva ragazza, ma solo l’incarnazione scomoda e spigolosa della cruda realtà, dell’invito (rivolto a Umberto) ad acquisire consapevolezza prima che sia davvero tardi. Nella sua esile ma pesante presenza penetra i filtri fasulli dell’inganno esistenziale, constatando la tangibile ignavia del padre, che sopravvive sulla superficie delle tante mancanze.
Come arriva, Giulia se ne va, più sola, rancorosa e arrabbiata di prima, ma forse il suo tentativo di incrinare l’immaturità del padre non è caduto nel vuoto.
