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I sei migliori adattamenti cinematografici di Tennessee Williams

tennessee williamsTennessee Williams non va più di moda al cinema? Probabilmente è vero che il drammaturgo che ha raccontato il sud degli Stati Uniti negli anni ’60 non si adatta più come qualche decennio fa. Eppure il suo racconto del Delta, del suo Mississipi, di New Orleans e di tutto l’immaginario di case coloniali, sbandati in viaggio e drammi femminili continua a influenzare le opere del grande schermo.

I suoi personaggi e le sue atmosfere rimangono impressi nell’orizzonte collettivo in maniera indelebile. Continuano così a riaffiorare in altre storie, con altri nomi e identità. Allo stesso modo le sue battute hanno creato mondi anche nelle sceneggiature del grande schermo, a cui lo scrittore collaborava personalmente, definendo il suo umorismo sardonico e la voracità delle sue tragedie che fanno ancora scuola nel coinvolgimento dello spettatore.

Ecco quindi sei adattamenti cinematografici per ricordare e conoscere Tennessee Williams. Alcuni sono titoli nobili della storia del cinema, altri invece sono rimasti un po’ a latere. Tutti, anche i più criticati dall’autore stesso, hanno il merito di cogliere perfettamente l’essenza di un’epoca che ancora ci parla.

Lo zoo di vetro (1950) di Irving Rapper

lo zoo di vetroSi tratta della prima opera pubblicata e portata in scena dal drammaturgo di Columbus, nonché primo adattamento sul grande schermo. Lo sforzo del cinema e di Williams che sta lentamente provando a liberarsi dalle influenze del teatro è evidente.

Quasi come quello del protagonista Tom Wingfield (Arthur Kennedy) che desidera emanciparsi dall’abbraccio morboso della propria famiglia. Rapper riprende le atmosfere cupe della New York operaia degli anni ’50. Prova a raccogliere nella fotografia scura l’oppressione e l’irrealtà del piccolo zoo di vetro nel quale Laura (Jane Wyman) si rifugia, componendo un quadro curato, fedele al testo, ma ancora non capace di incidere.

Kirk Douglas si colloca in questo panorama con la stessa funzione del suo personaggio, Jim O’ Connor: turba gli equilibri del teatro portando una ventata di cinema contemporaneo. È l’inizio di un matrimonio, probabilmente più felice di quelli che lo stesso Williams inventerà: quello tra cinema e teatro.

Un tram che si chiama desiderio (1951) di Elia Kazan

un tram che si chiama desiderioNon basta dunque una grande opera per realizzare un grande film. Il titolo precedente lo ha dimostrato. Eppure Un tram che si chiama desiderio è un titolo da Pulitzer. Lo ha vinto nel 1948. Nemmeno una grande pièce è sufficiente, anche quando comprende Marlon Brando. Non senza un professionista del grande schermo.

Elia Kazan in realtà era un uomo di teatro, ma di cinema ne sapeva qualcosa. Titoli come Un albero cresce a Brooklyn lo avevano imposto all’attenzione della critica e del pubblico. Inoltre il regista, come avrebbe dimostrato in seguito dirigendo James Dean ne La valle dell’Eden e Marlon Brando in Viva Zapata! e Fronte del Porto, aveva un talento particolare nell’incanalare, secondo il metodo Stanislavskij, i tormenti dei suoi attori.

Con l’adattamento del 1951 lui e Williams compiono insieme il salto definitivo verso il cinema. Allo stesso modo riescono a evitare le trappole della censura, preservando intatta la tragedia del testo. La cinepresa di Kazan danza attorno all’eterea Blanche Dubois, interpretata da Vivien Leigh, che pochi anni prima aveva impersonato un altro grande volto del sud, la Rossella O’Hara di Via col vento.

Si fa rude o ammira immobile i muscoli rozzi dello Stanley Kowalski di Marlon Brando. Assorbe e moltiplica il dolore del taciuto, del non detto. Gli interni hollywoodiani si adattano perfettamente al grigiore della New Orleans percorsa dal tram Desiderio che termina la sua corsa al cimitero.

La gatta sul tetto che scotta (1958) di Richard Brooks

la gatta sul tetto che scottaStavolta Tennessee Williams non è convinto e la censura rema contro il soggetto. L’omosessualità nascosta, uno dei temi ricorrenti nell’opera del drammaturgo di Columbus, è il centro tragico de La Gatta sul tetto che scotta. A teatro i suoi segreti e le sue vergogne erano in grado di attrarre e far gravitare attorno a sé tutti i personaggi, dal tormentato Brick, Paul Newman nell’adattamento, alla sua famiglia.

A resisterle, come il felino che dà il titolo allo spettacolo e al film, solo Maggie, la gatta, incarnante la forza imperiosa della vita che si aggrappa alle superfici impervie e bollenti e non si arresta. Sulla carta la censura e le allusioni sul rapporto tra Brick e il defunto amico Skipper potrebbero vanificare la forza dell’intera pellicola.

Eppure anch’essa, come una gatta su un tetto di lamiera rovente, resiste. Richard Brooks riesce a costruire un’alternanza di attese e ritmi serrati, senza spostarsi quasi dal salotto dei Pollitt alla camera di Brick e Maggie. Tutti i drammi d’interni, compreso l’acclamatissimo Carnage hanno probabilmente dovuto prendere appunti.

Li organizza poi in un climax perfetto, che trasporta sino alla scena finale, quello suggerito da Elia Kazan per l’opera teatrale: la vittoria di Maggie sul ricordi di Skipper, della vita sulla morte. E chi meglio poteva impersonare questo trionfo se non Elizabeth Taylor, Liz, rediviva dopo la morte del terzo marito Mike Todd, durante le riprese?

Lei e Paul Newman, costituiscono la carta vincente del film, ancor più dell’ottimo cast di contorno. Brooks può permettersi di narrare il taciuto, solo attraverso i colori dei loro leggendari occhi. Il motivo per cui il regista ha insistito con la produzione per non realizzare la pellicola in bianco e nero.

Improvvisamente l’estate scorsa (1959) di Joseph Mankievicz

improvvisamente l'estate scorsaÈ ancora Liz a impersonare Catharine, la giovane turbata dai misteriosi fatti avvenuti Improvvisamente l’estate scorsa. Il drammaturgo del Delta da La Gatta ha infatti stabilito con la “Diva dagli occhi viola” un rapporto di stima e amicizia, oltre che un sodalizio cinematografico duraturo.

Al timone del film c’è Joseph Mankievicz, tradizionale regista di donne, che aveva già diretto Bette Davis in Eva contro Eva e qualche anno dopo avrebbe avuto l’arduo compito di gestire la Taylor in Cleopatra. Le atmosfere noir questa volta hanno la meglio sulla scelta del colore. Dunque, prevalgono le cupe nebbie della memoria della protagonista.

Bastano così solo le parole, che si susseguono vorticose, a descrivere i viaggi e la personalità dell’enigmatico Sebastian Venable. Le immagini intervengono solo per rappresentare sullo schermo i complicati ghirigori della mente.

Là dove non riesce a scalfire insieme al dottor Cuckrowicz, un composto Montgomery Clift, il subconscio dei suoi narratori, la cinepresa si serve di metafore, come la soffocante serra che rappresenta le illusioni di Violet Venable. Collabora quindi con la parola di Tennessee Williams per comporre un intricato meccanismo psicologico, che funziona però a meraviglia.

La notte dell’Iguana (1963) di John Huston

la notte dell'iguanaIl regista di Giungla d’asfalto firma il dramma più esotico di Tennesse Williams, cogliendo appieno il Messico asfissiante delle iguane, dei dispiaceri annegati nella tequila e dei preti spretati. Il cantore di Columbus per il suo cast pare rimanere in famiglia rispetto ai film precedenti: nei panni del disilluso reverendo Shannon Lawrence c’è infatti Richard Burton, amante e futuro marito proprio della Taylor.

Un’interpretazione multiforme la sua, che rende giustizia all’ironia tragicomica con cui Williams accarezza le debolezze umane nelle lunghe notti caraibiche. I tre tipi di donna che si fanno spazio nel cuore del protagonista sono invece molto diverse. C’è infatti l’esplosiva e carnale Maxine Faulk di Ava Gardner, pronta a ballare al ritmo di flamenco, un po’ come la sua Contessa Scalza, e a mischiare le sue solitudini ai bagni di mezzanotte.

La sua controparte è l’Hanna Jelkes di Deborah Kerr, eterea, angelica quasi, che accompagna il nonno poeta nella composizione della sua ultima opera. La Charlotte di Sue Lyon invece ha un po’ dell’uno e un po’ dell’altra. Come aveva già fatto con la Lolita di Stanley Kubrick, riesce a incarnare la seduzione giocosa e allo stesso tempo infida dell’adolescenza.

La scogliera dei desideri (1967) di Joseph Losey

la scogliera dei desideriProbabilmente Il treno del latte non ferma più qui è l’opera più allegorica di Tennessee Williams. L’estate, stagione dei misteri e dei patti con la propria coscienza, riaffiora nuovamente nei racconti del drammaturgo di Columbus.

Su una scogliera affacciata sul mar di Sardegna, Joseph Losey sancisce l’incontro tra l’opulento, il camp, l’assurdo quasi felliniano e l’autenticamente umano terrore della morte. Tra i film non più di successo al botteghino, ma tra i più riusciti in termini di fedeltà all’opera, La scogliera dei desideri prova a spostare concetti comuni, come la vecchiaia, nel territorio dell’astratto.

La protagonista Sissy Goforth con i suoi gioielli, i suoi vezzi di comando e la sua autoreferenzialità, non poteva essere che Elizabeth Taylor. La diva stavolta gioca a fare la parodia di se stessa, con l’unico demerito di essere troppo giovane.

In quella serata alcolica in cui Williams le ha proposto il film, è persino riuscita a scegliere il suo Chris Flanders, il suo Angelo della morte. Non può essere dunque che un altro nome ormai legato a quello di Williams, Richard Burton. Ad arricchire il cast anche un collega inglese dello scrittore, il commediografo Noel Coward, che adatta perfettamente al maschile il ruolo della Strega di Capri.

L’attesa distesa di Losey crea un’atmosfera opprimente, in cui i personaggi si muovono consapevoli di un segreto che tacciono fino alla fine a loro stessi. Solo il continuo e imperioso scrosciare del mare contro la scogliera osa ripetere la silenziosa preghiera: “Not soon, not yet, Dear Angel of Death”.

Giorgia Colucci

Giorgia Colucci

Classe 1998, inguaribile sognatrice e amante dell’arte in ogni sua forma. Laureata in Comunicazione Media e Pubblicità presso l'Università IULM di Milano, dopo il doploma al liceo classico, lavoro come giornalista sportiva, di spettacolo e di cronaca. Racconto la musica in radio per passione e nel tempo libero tento di ritrovare nel mondo quella bellezza descritta sui libri. Il cinema è per me complementare alla lettura. È un'espressione raffinata del nostro mondo intrinseco, il mezzo per fuggire dalla realtà e perdersi semplicemente. Apprezzo ogni genere di film, ma sono innamorata profondamente delle atmosfere talvolta favoleggianti, talvolta cupe di quegli strani anni in cui a popolare il grande schermo erano i miti. Mi emoziono spesso, perciò scrivere, per comprendere e amare, diventa una necessità.
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