Se in una produzione in celluloide c’è di mezzo Quentin Tarantino, bisogna aspettarsi almeno due cose: l’esaltazione feticista dei piedi femminili e l’immancabile omaggio al cinema italiano tanto caro al regista statunitense.
I due fattori ricorrono, ad esempio, in tutti i film da lui diretti, mentre nel caso del cult Dal tramonto all’alba, l’autore americano ha inteso esprimere la propria spiccata inclinazione citazionista in una sceneggiatura tradotta in immagini dall’amico fraterno Robert Rodriguez.
Il rimando alla cultura cinematografica tricolore è tutto nella sequenza più erotica e sospensiva del vampire horror, e cioè quella del ballo sexy in cui si cimenta una procace Salma Hayek nel ruolo della misteriosa Santanico Pandemonium, attrazione in carne, ossa e canini del Titty Twister.
Fra le mura sudice dello sperduto bar messicano, la dimensione di attesa, l’alcol e la calura acuiscono la crescente lussuria nei maschi seduti al tavolo e in quelli che assistono in piedi allo spettacolo offerto dalla minuta e formosa donna sul palco, il cui abito succinto lascia ben poco all’immaginazione, figurarsi il serpente che ne percorre il corpo, evidente riferimento fallico ed evitico.
Uno dei piedi della Hayek, manco a dirlo, finisce nella bocca di Quentin (qui impegnato come attore nei panni dello psicopatico Richard Gecko), soddisfacendo così la sua morbosa voglia di entrare in contatto con le estremità della splendida danzatrice. Ma dove sta la citazione del cinema di casa nostra?
Il ballo di Barbara Bouchet nei gangster movies di Fernando Di Leo
Per il cinefilo non appare difficile aprire i cassetti della memoria, scrollare i titoli della cineteca mentale ed estrapolare due gangster movies intramontabili, entrambi firmati dal grande Fernando Di Leo: Milano calibro 9 (primo capitolo della Trilogia del milieu, 1972) e Diamanti sporchi di sangue (1978).
Appartenenti a uno dei filoni più amati da Tarantino, il poliziottesco, i due film si imperniano su personaggi stereotipati ma non meno affascinanti, ovverosia il malvivente appena uscito di prigione con un conto in sospeso col boss, il macchiettistico commissario rognoso e la femme fatale tanto intrigante quanto opportunista.
Per l’occasione, Di Leo sceglie Barbara Bouchet, la bionda più sexy della commedia all’italiana, gettonatissima dai cineasti in voga negli anni ’60, ’70 e ’80. In Milano Calibro 9 ha 29 anni, in Diamanti sporchi di sangue 35 ma sembra addirittura ringiovanita. Il viso angelico e la silhouette mozzafiato risultano perfetti per le scene del ballo sul piedistallo del nightclub.
Bellezze contrapposte
Una danza da cubista navigata, in due pezzi appena sufficienti a coprire le parti intime, un corpo che si muove seducente al ritmo conturbante della disco music, frenetico, pulsante, tendenziosamente sessuale, volutamente ammiccante come gli sguardi della Bouchet.
Un ballo diverso da quello compiuto da Santanico Pandemonium: la Hayek, meno brava e più impacciata, opta per la lentezza dei movimenti (tipica delle odalische orientali), attraendo con lascivia e occhi languidi, e aderendo a un tema più penetrante ed esoterico.
Colpisce la contrapposizione netta tra le caratteristiche fisiche delle due interpreti femminili: piccola, d’incarnato olivastro e tratti somatici latini la Hayek; alta, slanciata, pelle chiara, bionda e occhi azzurri la Bouchet, icona e mito di Tarantino, ex aequo con l’altra eterna sex symbol Edwige Fenech.
Sebbene vi sia questa dicotomia tra estetiche femminee, le tre sequenze portano a un solo risultato, l’innalzamento dell’asticella nei termini più erotici concepibili osservando le disinvolte ed esplicite movenze della fatal girl, chiamata a monopolizzare un momento che vale l’intera visione.
