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Il perdono: vestizione di un Samurai

armatura samuraiFilm come L’ultimo Samurai ci dimostrano che il cinema può sapientemente trasformarsi in una potente espressione di rara bellezza visiva e delicatezza emotiva. Esistono scene entrate di diritto nell’Olimpo dei ricordi cinematografici grazie alla sensibilità con la quale sono state girate utilizzando ogni elemento a disposizione. In tal caso Edward Zwick ha fatto ricorso a una commistione di storia, amore e nobiltà per descrivere qualcosa di assolutamente contrastante ma al contempo rituale e spirituale.

Nella parabola che vede un pentito sterminatore di Nativi Americani finire prigioniero dei gloriosi Samurai, poi curioso trait d’union fra due culture e infine completamente assimilato al fiero credo orientale, la commovente riappacificazione di Nathan Algren con la bella Taka assume un significato sommo, edificante e salvifico.

Il lutto e il perdono

Quando giunge al villaggio dei guerrieri nipponici, l’uomo si presenta con un pedigree da soldato predatore, schiavo della bottiglia e nondimeno del proprio logorante rimorso in grado di negarlo a se stesso alienandolo quasi irrimediabilmente.

l'ultimo samurai scena vestizioneRipudia la passata ferocia manifestata nei confronti di persone innocenti, è in cerca di pace, redenzione e punizione, quella che il capo Samurai Katsumoto dovrebbe infliggergli ma alla quale alla fine non ricorrerà per una strana, inspiegabile attrazione verso quel nemico vinto. Un nemico che alla conclusione del viaggio di rinascita diventerà un amico meritevole.

Algren, tuttavia, ha provocato un grave lutto lasciando vedova una giovane moglie, ed è con lei che ha un conto in sospeso, un debito. Come sanare una ferita così profonda? Come rimediare a una vita sottratta e a un enorme dolore indirettamente inflitto, anche se per legittima difesa? Per Taka, Nathan rappresenta un ospite sgradito, essere spregevole poiché artefice della morte di suo marito, una morte che per lei corrisponde a una condanna perenne all’afflizione e alla solitudine.

L’accettazione finale collima con la riconquista della propria identità di donna, capace di rivalutare la figura del carnefice e perdonarlo, assolverlo dal tremendo peccato.

Il rito della vestizione

samuraiQuel perdono, senza rancori, senza livore, libero finalmente da qualunque forma d’odio, si traduce nel rito della vestizione. È Taka stessa a invitare Nathan a entrare nella stanza dove è deposta l’armatura del guerriero defunto. Con dolcezza e leggerezza lo spoglia dei suoi abiti… lo spoglia della vecchia vita per prepararlo a indossare la nuova. In un susseguirsi di dissolvenze incrociate, è la grazia dei gesti a pervadere la scena.

Sulle note di un dolce violino che domina la romantica colonna sonora di Hans Zimmer, l’amore ricuce ogni lacerazione trovando nel soave gioco di sguardi tra i due una risoluzione di trionfale sentimento la cui chiusura del cerchio ha l’evidenza di un bacio in assenza di parole, disfunzionali e superflue.

Nathan, però, non si sente ancora degno del completo affetto della vedova, motivo per il quale non avviene l’abbraccio bensì qualcosa di ancora più poetico e risonante, l’accostamento della testa di Taka alla schiena dell’uomo, dello “straniero” disposto a morire per riscoprirsi Samurai ed espiare per sempre le colpe del suo tragico ma oramai disconosciuto passato.

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Samuele Pasquino

Laureato in Lettere Moderne e giornalista pubblicista freelance, sono il creatore e direttore responsabile di Recencinema.it, appassionato della Settima Arte e scrittore eclettico.
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