- Cinefocus, Cinema e Cultura

La cultura della violenza

scontro celerini ultrasA.C.A.B. è acronimo di “All cops are bastards” (tutti gli sbirri sono bastardi).

Cori contro intonati negli stadi, nelle manifestazioni durante le quali il muro umano armato dei celerini fatto di caschi, manganelli e rabbia, difende il cosiddetto ordine pubblico, unicamente se stesso e “i propri fratelli” dalla violenza spesso insensata e mai giustificata di teppisti e simili.

Fin qui i nostri tre protagonisti Cobra, Negro e Mazinga, interpretati rispettivamente dai bravissimi Pierfrancesco Favino, Filippo Nigro e Marco Giallini, sembrano vittime, con vite private disatrose o inesistenti, e con un lavoro duro e pericoloso.

La violenza dei celerini

Alla violenza – cultura che permea l’ambiente estremista sportivo, politico (estrema destra e sinistra) e tutto il nucleo umano sempre più numeroso, insoddisfatto, vorace di xenofobia e odio verso lo straniero visto come nemico che priva, ma che si vorrebbe privo di diritti – i celerini rispondono con altrettanta inaudita violenza, anzi di quella sembrano riempire le loro giornate, le loro motivazioni con la consapevolezza di essere nel giusto.

Usano e abusano violenza, dentro e fuori l’orario di lavoro. Sono disperati, soli e anche di questo sono coscienti.

Il dialogo via citofono fra Cobra e lo straniero

La scena più significativa del film è il dialogo via citofono del Cobra – accompagnato dal collega Adriano, interpretato da Domenico Diele – con lo straniero che occupa illecitamente l’abitazione di quest’ultimo e della madre.

Egli intimidisce l’interlocutore con minacce, ma poi si ferma quando sente l’umanità, la fragilità, forse la pietà dell’Uomo che è dall’altro capo dell’apparecchio. La parola si blocca.

Un limite da non oltrepassare

La riflessione e la domanda che allo spettatore vengono in mente son quasi scontate: fino a che punto ci si può spingere per la difesa di principi e diritti sacrosanti (sicurezza, lavoro, casa) che attualmente i cittadini sentono a rischio?

Qual è il limite che non si può e non si deve varcare, oltre cui il delinquente e il celerino diventano la “stessa cosa”? Forse il film di Stefano Sollima risponde citando, per bocca di un agente, “la macelleria della Diaz a Genova”… insensata, incredibile, furiosamente violenta. La pellicola del 2012, vincitrice di un David di Donatello, è tratta da una storia vera, raccontata nel libro omonimo del giornalista di Repubblica Carlo Bonini.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *