the blair witch project
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La perturbante prospettiva di The Blair Witch Project

occhi the blair witch projectThe Blair Witch Project è un film diretto da Daniel Myrick ed Eduardo Sanchez nel 1999 e che ha fatto molto discutere. Ha diviso pubblico e critica in due opposte fazioni, quelli cioè che sostengono si tratti di un autentico capolavoro, e quelli invece che lo criticano ad oltranza, accusandolo di essere soltanto una trovata da botteghino, visti gli introiti ottenuti a fronte delle reali spese sostenute.

Certo il clima d’attesa che la pellicola ha suscitato, le leggende nate intorno alle vicende narrate, e non ultime le reazioni del pubblico nel trovarsi di fronte a un prodotto così originale, hanno fuorviato alla fine il giudizio di molti. Certamente non sta a noi, in questo momento, schierarci da una parte o dall’altra: ciò che veramente ci interessa è di mettere in luce alcuni aspetti interessanti.

Accantonando quindi ogni giudizio di valore, non possiamo non notare che, oggettivamente, questo horror ha dato il via a tutta una serie di imitazioni o plagi che, in un modo o nell’altro, hanno cambiato la maniera tradizionale di intendere il genere cinematografico. È inevitabile inoltre che chiunque si accosti alla pellicola con un minimo di disponibilità, mettendo da parte ogni critica, sia preda di una particolare inquietudine, ben diversa dalla semplice paura.

La prospettiva che immedesima e coinvolge: soggettiva come visione personale

cameramanProveremo quindi a partire dal valore che va ad assumere la prospettiva. La storia dei tre ragazzi smarriti in un bosco, per quanto banale possa sembrare a prima vista, ha il potere di coinvolgerci in prima persona e suscitare in noi un fortissimo senso di immedesimazione: tutto questo proprio grazie alla visione in soggettiva.

Ciò che di solito nel cinema rappresenta un momento del tutto particolare all’interno del tessuto narrativo, si trasforma adesso in una regola fissa, per cui la visione personale diventa l’unica prospettiva possibile. Gli attori ci prestano, per così dire, i loro occhi, dato che vediamo solo ciò che essi vedono, e ignoriamo tutto il resto.

La teoria freudiana del perturbante

Ora, ciò che più incute timore, nella realtà come negli incubi, non è tanto ciò che si può vedere e toccare, per quanto spaventoso possa essere, ma è proprio ciò che non riusciamo a capire: allora la nostra ragione si blocca e non ci è più di alcun aiuto. Le nostre paure rimosse riaffiorano e ci lasciano atterriti. È questo il discorso che Freud faceva riguardo a ciò che lui chiamava “il perturbante“.

the blair witch projectÈ “perturbante” un qualcosa che rievoca in noi le nostre paure ancestrali, infantili, che col tempo avevamo rimosso in nome di una realtà più o meno definita, e nella quale ci sentivamo immuni. Non esiste un perturbante collettivo, che sia uguale per tutti: le paure profonde sono tutte soggettive, perché tutto ciò che è condiviso è anche, in un certo modo, più abbordabile e meno inquietante.

Il cinema viene a perdere così tutta la sua tradizionale onniscienza: non esiste più quel punto di vista esterno, che erano proprio le macchine da presa a fornire, con la loro estraneità dai fatti. Adesso invece è proprio il cinema, per mezzo delle sue ‘strutture’, a calarsi pienamente nella sua stessa finzione. Viene meno in questo modo il ruolo che da sempre il cinema si è imposto, ovvero quello di mostrare, fare luce nelle cose.

Tutto si svolge al presente, adesso, in un continuo susseguirsi di episodi e azioni che non si possono assolutamente fermare, né ricostruire a posteriori. Spettatore e personaggi ne sono travolti.

Il terrore in scena: la strega, i bambini, il bosco e… il mostro

Ecco quindi l’efficacia di una scena come l’ultima, quella in cui i due ragazzi superstiti si aggirano all’interno di una casa abbandonata, al buio, e la loro visuale è ridotta all’obiettivo a infrarossi di una semplice videocamera.

the blair witch project last sceneLasciando stare la palese contraddizione del principio di realtà, secondo il quale non sarebbe possibile, in un momento di terrore, non abbandonare un oggetto superfluo come può essere appunto una videocamera; accantonando quindi quella che in fondo è l’incongruenza di base di ogni reality, proviamo a rievocare i nostri fantasmi.

Mike è lì, messo in castigo con la faccia contro il muro, come si dice fossero messi i bambini prima che la strega li uccidesse; Heather, la ragazza, lo raggiunge, dopo una corsa frenetica, gridando a squarciagola, e lo sorprende proprio in quella posizione. Intorno a lei non c’è che il buio. All’improvviso, un colpo secco la fa crollare al suolo: la sua telecamera si spegne, e non sapremo mai cos’è successo.

La strega, il bosco, i bambini; e, ciò che più conta, le nostre paure infantili. Ma come, se non le abbiamo viste? Se non abbiamo visto il mostro? Errore: il mostro c’era, orripilante, spaventoso oltre ogni limite. E ce l’abbiamo messo noi.

Guarda la scena

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