Dario Argento, classe 1940, regista, sceneggiatore e produttore italiano, è universalmente riconosciuto come il “Maestro del brivido”. Fin dal suo esordio con L’uccello dalle piume di cristallo (1970), Argento ha definito un linguaggio cinematografico inconfondibile, fondendo thriller e horror in una poetica visiva che ha influenzato i suoi successori.
Catturò l’attenzione del “Maestro della suspense” Alfred Hitchcock, che ebbe a dire di lui: “Questo giovane ragazzo italiano inizia seriamente a preoccuparmi!” alludendo a un talento raro, in rapida progressione verso il successo e una nuova codificazione del genere.
Tra i motivi ricorrenti della sua estetica, lo specchio emerge come elemento centrale: non solo scenografico, ma anche narrativo e simbolico. La sua funzione è duplice: rivelazione e distorsione. Rivelazione poiché attraverso il riflesso emerge una verità nascosta, spesso anticipata sin dall’inizio. Distorsione poiché lo specchio riflette, deforma e moltiplica le immagini, disorientando lo spettatore.
Inoltre, lo specchio è un ponte tra memoria e inconscio, rivelando ciò che il protagonista ha rimosso o non riesce a ricordare. È la metafora perfetta del cinema di Argento, un labirinto dove la verità si nasconde dietro ciò che appare.
Profondo Rosso: quando lo specchio cattura l’attimo di verità
Quinto lungometraggio del regista, Profondo Rosso irrompe nelle sale nel 1975, definito dalla critica un capolavoro assoluto. Segue Marcus Daly, pianista anglo-americano che una notte assiste per puro caso all’omicidio di una sensitiva e, ossessionato dall’enigma, inizia a indagare con una giornalista. Gli omicidi si moltiplicano, compiuti con efferatezza sconvolgente da un serial killer assai prolifico.
Quando Marcus entra nell’appartamento di Helga Ulmann, l’assassino è ancora dentro, nascosto, e il pianista lo scorge per un solo istante, tramite il riflesso di uno specchio posizionato lungo il corridoio principale. Un rapido attimo, che si perde nella memoria dell’uomo ma poi ritorna nel finale. La soluzione è dunque fin dal principio alla portata del protagonista: l’identità dell’omicida era già stata mostrata, riflessa in uno specchio, ma confusa con un quadro che raffigura più facce.
Argento costruisce così una struttura circolare: lo specchio apre e chiude il film, diventando il meccanismo stesso della rivelazione finale. L’atmosfera enigmatica e la tensione sono accentuate da elementi visivi ricorrenti, come il vapore, le superfici appannate e i riflessi metallici, che suggeriscono una verità nascosta sotto uno strato. Quando lo specchio si appanna o si incrina, diventa ricostruzione metaforica della mente umana.
Suspiria e gli specchi: dove la realtà si dissolve nel delirio
Suspiria apre la cosiddetta trilogia delle madri, approdando al cinema appena due anni dopo Profondo Rosso, nel 1977. Argento cambia genere, vertendo ora sull’horror soprannaturale. La protagonista, Suzy Banyon, è una ballerina americana che si trasferisce in Germania per frequentare un’accademia di danza. Fin dal suo arrivo, l’atmosfera è inquietante e iniziano a verificarsi omicidi misteriosi.
Argento inserisce lo specchio anche nel contesto paranormale. In Suspiria, gli specchi sono disseminati ovunque. Il riflesso ha una funzione rivelatrice, agendo come ponte tra bellezza e orrore, tra corruzione e incubo, e diventando simbolo della perdita di controllo, dove la realtà si dissolve nel delirio.
Phenomena: gli specchi devono restare coperti!
In Phenomena (1985), Argento fonde il sovrannaturale con il thriller, e in tale “crasi di genere” lo specchio assume un valore psicologico esplicito, restituendo il macabro e il disturbo mentale, il disagio e il terrore.
Jennifer Corvino è una ragazza dotata di un potere psichico particolare: può comunicare con gli insetti. Figlia di un famoso cantante e rocker, viene mandata dal padre in un collegio femminile in Svizzera, dove preso la giovane si trova coinvolta in una serie di omicidi violenti e misteriosi. Il desiderio di sapere la conduce in una villa isolata, abitata da una donna folle e dal figlio deforme, responsabili della lunga scia di morti.
Jennifer, dapprima ignara del pericolo che corre e “ospitata” dalla donna, non può non notare che nell’abitazione ogni specchio è coperto da un lenzuolo, come se si volesse negare qualunque riflesso. È esattamente così: la padrona di casa intende proteggere il figlio evitando che quest’ultimo venga a contatto con la propria immagine orripilante. L’istinto di preservazione materno è tuttavia già annegato nella pazzia, e il bambino ha ormai preso coscienza di sé, è una bestia feroce costretta all’isolamento e proprio per questo incattivita, famelica.
Jennifer lo scopre rinchiuso nei sotterranei della dimora, è girato di spalle, in un angolo, rivolto verso il muro come a volersi celare. La sua voce infantile, singhiozzante e pietosa, intenerisce la ragazza che, convinta di poterlo salvare ritenendolo una vittima, tenta di confortarlo: “Adesso non devi più avere paura degli specchi.” Ciò che succede un attimo dopo ha del terrificante.
Lo specchio diventa qui simbolo di consapevolezza – interpretando il confronto con il proprio io e il proprio inconscio – eppure tanto nel cinema classico quanto più nel cinema moderno, esso può in maniera versatile e poliedrica assumere i più disparati significati, risultando ancora un elemento estremamente potente e utile nell’ambito del thriller e dell’horror o, in senso lato, del multigenere cinematografico.
