- Cinefocus, Scene memorabili

Lettera al Savonarola

Non ci resta che piangere di Roberto Benigni e Massimo Troisi (1985) rappresenta sicuramente un unicum nella storia del nostro cinema. Già dalla prima scena, l’impressione che si ottiene è quella di un lunghissimo provino, con i due attori quasi intenti a ricercare lo spunto giusto, davanti a una telecamera nascosta.

Proseguendo nella visione, l’impressione non cambia, anzi si rafforza. Le sequenze si susseguono senza che la trama ne guadagni di un solo punto. I due chiacchierano del più e del meno, litigano, scherzano, si prendono in giro. Insomma, sembra quasi di spiare le mosse di due simpatici amici, niente più.

Il segreto di tutto: l’improvvisazione

E dov’è, il film? Solo quando arriviamo al punto in cui si perdono nel passato, ricordiamo che una trama ci deve pur essere. Ma è solo un’apparenza: in realtà, essa è soltanto uno spunto per tantissime altre gags divertenti. Eppure, anche queste sembrano nascere quasi per caso, come se i due comici se ne andassero in giro a vagabondare in mezzo alle poche comparse abbigliate alla meglio dai costumisti, davanti ai fondali dipinti in fondo alle strade. Il tutto tra mille risate, motti e facezie.

Perché il segreto di tutto è proprio l’improvvisazione. Per una volta il Cinema si prende un bel respiro, e respinge tutto il peso ingombrante del suo dover essere; per una volta non si cura di apparire: è quello che è, ed è per questo che proviamo questa sana sensazione di sollievo. Ciò che più conta in un film lo capiamo adesso, non è tanto la sua verosimiglianza, con tutto il dispendio di energie che essa richiede; un film trae la sua forza dal contenuto umano, dalla carica vitale che soltanto gli attori possono fornire.

Canovaccio, verve e brio: Troisi e Benigni coppia inedita

È bastato, per creare questa pellicola, mettere insieme due comici grandissimi, e poi farli improvvisare, il resto è venuto da sé. Il copione è stato sostituito da un semplice canovaccio. Tutto il rimanente è il frutto della verve, della carica e del brio che i due attori hanno saputo portare. Troisi e Benigni si compenetrano benissimo, dando vita a una coppia assolutamente inedita, di cui il primo incarna la parte più acquiescente, lirica, mentre il secondo quella più dominante, acuta, esuberante.

Scena della lettera a Girolamo Savonarola

benigni e troisi in non ci resta che piangereLa scena che ci interessa è quella in cui Mario (Troisi) e Saverio (Benigni) si accingono a scrivere una lettera, indirizzata nientemeno che a… Girolamo Savonarola! Si tratta certamente della stesura più famosa d’Italia, dopo quella di Totò, Peppino e la Malafemmina: basta un foglio di carta, una penna d’oca, un po’ di inchiostro finto e nasce il Cinema!

L’intenzione dei due è quella di attirarsi le simpatie del frate, per ottenere in tal modo la scarcerazione del loro anfitrione, Vitellozzo. Per fare ciò, intendono metterlo sull’avviso riguardo la sua sorte ventura: la condanna a morte per impiccagione. Tra il dire e il fare, però, c’è di mezzo il mare. E il mare diventa un oceano, quando le voci dei due si accavallano e la scrittura si fa sempre più assurda.

Troisi giustamente fa notare che, per il frate, “ogni cosa è peccato” e che, quindi, sarebbe meglio inserire una piccola postilla: “scusate la volgarità”, per poi specificare “volgarità eventuali”. Eh già, perché se poi volgarità il Savonarola non dovesse trovarne, nello scritto, allora quella nota che allude appunto alle volgarità potrebbe diventare compromettente! Meglio allora specificare che si tratta di volgarità eventuali.

Segue una breve discussione sui modi un po’ bruschi del frate e si conclude apostrofandolo: “Savonarola… e che è?!” e poi “Diamoci una calmata, oh!”. Alla fine, si firmano come due perfetti penitenti: “Ti salutiamo con le nostre facce tra i piedi… e non ti chiediamo neppure di star fermo!”, firmato, naturalmente, “I tuoi peccatori, con la faccia dove sappiamo”.

Verità e spontaneità del linguaggio

Possiamo soltanto immaginare l’espressione del frate domenicano, se mai avesse aperto quella lettera. La farsa è irresistibile e ha un punto fermo, il linguaggio. I due, cioè, comunicano attraverso una lingua vera, spontanea, con tutte le flessioni del parlato e l’incidenza dialettale. Una freschezza ben diversa dall’uso meccanico di soggetto-predicato-complemento, tipico dell’italiano standard e asettico di molti film italiani, politicamente corretti quanto linguisticamente improbabili.

Un toscano e un napoletano, autentici e sinceri. Fa piacere percepire i loro accenti differenti, i loro modi differenti di parlare e, al contempo, vederli ridere assieme, divertendosi. Le risate sono uguali per tutti. Un bel pensiero per l’Italia, non credete?

Guarda la scena.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *