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Mozzarella in carrozza, e nei volti di Antonio e Bruno tornò il sorriso

mozzarella in carrozza brunoQuanti di voi, guardando l’ormai celeberrima scena di Ladri di biciclette, non sono rimasti ingolositi da quella sfiziosa bontà ch’è la mozzarella in carrozza?

Oggi tale prelibatezza va ad arricchire gli aperitivi, intervenendo spesso a corredo di lauti pranzi o semplici buffet in stile street food, ma nel 1948 costituiva un prosaico pretesto per recuperare cibi avanzati o prossimi alla scadenza.

Un piatto povero, insomma, che tuttavia si collega a una tradizione tutta italiana, trovando nella cucina campana il proprio tessuto gastronomico di nascita e nel Lazio la terra di una rivisitazione più rustica.

Mozzarella in carrozza: l’essenzialità del Neorealismo

Possiamo tranquillamente associare la mozzarella in carrozza all’essenzialità del Neorealismo, e per neologismo al cruciale significato del capolavoro diretto da Vittorio De Sica. Nell’affannosa e drammatica caccia alla bicicletta rubata, il proletario Antonio e il figlio Bruno colgono una consolazione capace di irradiare un po’ di luce (e tanto gusto) nella rabbuiata situazione che entrambi stanno vivendo.

Entrare in una trattoria, sedersi a un tavolo e ordinare qualcosa li fa sentire ancora in corsa, appigliati alla convinzione fin lì vacillante che una speranza resta. Quando la delizia arriva alla bocca del bambino, allora capiamo che quello potrebbe essere un nuovo inizio, uno stimolo a riprendere la ricerca ma con lo stomaco pieno. D’altronde, si sa, mangiare porta buonumore e con quello si può andare praticamente ovunque.

Una ricetta facile

La mozzarella in carrozza è estremamente facile da preparare, richiede poco impegno, una spesa assolutamente sostenibile e ingredienti reperibili, compatibili fra loro. Viene però da chiedersi il motivo di un nome tanto pittoresco, popolare e immediato.

Lo si comprende a partire dalla sua preparazione. Occorrono delle fette di pancarré da accoppiare fra loro, farcire con mozzarella di bufala (versione napoletana) o fior di latte (romana) e infarinare da ambo i lati prima di intingere nell’uovo sbattuto aggiustato di sale e corretto con un filo di latte (ma può anche non essere utilizzato).

Fatto ciò, non resta che friggere in padella con olio di semi (se si dispone di olio EVO o di arachidi va bene ugualmente) e impiattare quando coincidono doratura e croccantezza.

Origine del nome

Avete capito allora il perché del nome? Risale al fatto che la mozzarella viene in qualche modo trainata su due lati da quelle che ricordano la struttura di una carrozza o di un cocchio, ovvero le due fette di pane. Qui la fantasia va oltre, poiché dal momento che addentiamo il “toast fritto”, si vengono a creare uno o più fili di mozzarella molto simili alle briglie con cui si conduce il cavallo.

Pensate che questo piatto è in auge almeno dall’Ottocento, eppure alcuni indizi inducono a credere che sia in circolazione da molto più tempo. Non è dubbia invece la paternità campana.

La mozzarella in carrozza nell’arte

L’artista Gino De Dominicis ha fatto parecchio discutere (e sorridere) con una bizzarra installazione ospitata dalla galleria L’Attico di Roma in occasione della mostra collettiva del 7 febbraio 1970. L’opera riguardava una mozzarella adagiata sui sedili di una vecchia carrozza.

Samuele Pasquino

Samuele Pasquino

Laureato in Lettere Moderne e giornalista pubblicista freelance, sono il creatore e direttore responsabile di Recencinema.it, appassionato della Settima Arte e scrittore eclettico.
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