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Occhi di madre

verlaine e rimbaudDa Poeti dall’inferno di Agnieszka Holland, 1995.

L’incidente di Bruxelles si è appena consumato. Il poeta Paul Verlaine (David Thewlis), che aveva abbandonato la moglie per seguire le orme di un giovane ribelle e promettente, Arthur Rimbaud (Leonardo DiCaprio), in seguito a un banale litigio aveva fatto partire un colpo dalla sua pistola, ferendo il suo compagno a una mano.

Come spesso accadeva a quei tempi, l’episodio fu aggravato dalla scoperta dell’omosessualità dei due poeti, cosa allora imperdonabile, ragion per cui Verlaine dovette passare in carcere due lunghissimi anni.

Rimbaud torna a casa

di caprio e thewlisRimbaud, rimasto solo, senza un soldo, torna a casa suo malgrado, la stessa casa dalla quale era fuggito, esasperato dall’incomprensione dei parenti e dalla sua ansia di libertà.

Qui ritrova tutto ciò che aveva sempre odiato: l’aria chiusa del paese; il cattolicesimo superstizioso dei contadini, l’attaccamento al lavoro; l’ignoranza, la grettezza, il continuo logorio delle fatiche quotidiane. Ma soprattutto, ritrova sua madre, quella figura affascinante e lontana, fortemente antagonista, della quale lui scriveva:

E la madre, chiudendo il libro del dovere, se ne andava soddisfatta e fiera, senza vedere, dentro agli occhi azzurri e dietro la fronte piena di bernoccoli, l’anima del suo bambino colma di ripugnanza”.

Ed è proprio da lì, da quell’incontro, che noi partiremo.

Le immagini mostrano un treno in arrivo. Proprio il treno, appunto, simbolo costante del desiderio di Rimbaud, della sua corsa sfrenata verso il deragliamento dei sensi, come lui chiamava la ricerca costante di esperienze e ispirazione.

Ebbene, che è successo?

leonardo dicaprioRimbaud rientra a casa, mestamente. Si china per passare dalla porta – la porta è bassa, stretta, umiliante nella sua concretezza – e ritrova la sua famiglia esattamente come l’aveva lasciata: ci sono la madre e i fratelli, seduti intorno a un tavolo, mentre consumano il pasto in religioso silenzio.

I loro sguardi si posano insistenti su di lui. Rimbaud si siede, silenzioso, e la madre gli chiede:

Ebbene, che è successo?

Al che lui scoppia in lacrime, gridando il nome di Verlaine. La madre invita gli altri a continuare a mangiare.

La risposta è la scrittura

rimbaud scriveRimbaud, nei giorni successivi, si getta con rabbia sul tavolo di lavoro. In quella casa non c’è posto per lui, come non c’è posto in tutto il mondo. La sua risposta è proprio quella della penna, la scrittura: avanti, sempre avanti, fino a che l’ispirazione non finisce, e il vento cessa di sospingere il suo battello.

La cinepresa si sofferma su questo suo lavoro intellettuale; indugia spesso a un lato del tavolo, cercando di cogliere dalle espressioni del poeta uno stralcio dei suoi pensieri, qualche sillaba delle parole che gli premono sul capo. Il linguaggio del cinema adesso è impotente: ciò che vuole descrivere è al di là delle sue potenzialità espressive.

Il cinema nello sguardo della madre di Rimbaud

E dunque? Dunque, il cinema non può fare altro che stare a guardare; analizzare, osservare ogni guizzo del volto, ogni movimento impercettibile del corpo della sua creatura, senza poterla realmente capire; il cinema ha lo sguardo della madre di Rimbaud.

Poco più avanti, vediamo la donna china sulle pagine del figlio, mentre cerca di sondarne i segreti e di capire, finalmente, la ragione che l’ha spinto ad andarsene tanto lontano. Alla luce fioca di due candele, la donna è costretta a chinare la testa e ad aguzzare gli occhi, mentre suo figlio la osserva da poco distante, vicino al caminetto.

Anche lui sta rileggendo i suoi scritti, ma solo per bruciarne una parte, quella che ritiene inutile, e per salvare il resto. Rimbaud sta per entrare nell’ultima fase del suo percorso poetico, quello che lo porterà a rinnegare molte delle sue scelte passate, e a inoltrarsi nel sentiero che lo condurrà verso le Illuminazioni e Una stagione all’inferno.

Naturalmente questo il pubblico non lo sa, o meglio, non ne viene informato: al regista interessano i corpi, le azioni, prima ancora dei pensieri. E così la vecchia madre, alzando gli occhi dagli scritti, e lasciando cadere gli occhiali – gli occhiali, i vetri, intermediari fallaci, allegoria del distacco – gli domanda, confusa:

Che significa?

E Rimbaud, che odiava le finzioni e le allegorie, e che voleva reinventare un nuovo linguaggio, le risponde:

Significa esattamente quello che dice, parola per parola; né più, né meno

Una nuova partenza senza rivelazione

L’indomani all’alba, il giovane poeta si allontanerà nuovamente, abbandonando un’altra volta la famiglia. E così lo vediamo anche noi, allontanarsi senza averci rivelato il suo mistero. Perché il cinema è questo, in fondo. Si crea il suo personaggio, lo segue, lo guida. Alla fine gli sfugge, e dallo schermo irrompe nella nostra vita. E sarà proprio il suo creatore a non aver capito.

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