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Qua si chiacchiera!

Il primo lungometraggio di Lina Wertmuller, ovvero I Basilischi – premiato nel 1963 al Festival di Locarno con la Vela d’argento – racconta le vicende dei Basilischi appunto, ossia i vitelloni del Sud, per i quali i giorni scorrono tutti uguali, tra la voglia di sfuggire a un destino già scritto e la rinuncia quotidiana a scappare sul serio.

La vita a Minervino Murge

i basilischiTante cose sono cambiate da allora. Il cinema ha scoperto colori, effetti speciali eppure, quando nel 2003 la regista è tornata a Minervino Murge, paesino pugliese, non ha trovato grandi differenze. Certo, i costumi si sono evoluti, ci sono ragazzi e ragazze che seguono le tendenze della moda ma, tutto sommato, regna ancora la stessa immobilità esistenziale del ’63, che aleggia sempre tra quei vicoli, nelle case che si sorreggono, addossate come sono l’una all’altra.

Precursore del filone che racconta la condizione meridionale, questo film resta attuale anche a distanza di quasi 60 anni perché, in fondo, forse è il Meridione che non riesce a stare al passo con i tempi. I giovani che hanno grandi progetti ma non li portano a termine c’erano e ci sono ancora, così come chi dice di dover partire ma, alla fine, resta sempre ancorato alla sua terra, o chi parte e poi sente il bisogno di tornare, per alcuni giorni che si trasformano senza accorgersene in un per sempre.

Parole nell’attesa del domani

Mentre le immagini scorrono su un paese che sembra quasi abbandonato, tra vie deserte e spiazzi desolati, la voce narrante fuori campo constata con rassegnazione che in un posto come quello – tra quell’accettazione passiva della vita che scorre, tra i giorni tutti uguali, tra risvegli che promettono molto e notti che non lasciano alcuna speranza – tutti i progetti, i desideri, le aspettative, i sogni di gloria, i voli pindarici ed esistenze intere si riducono a parole gettate al vento.

Nell’attesa di un domani che sembra scritto su una cartolina sbiadita, se del domani non si può essere protagonisti, non resta altro che rendere il domani protagonista dell’oggi.

Se stai a dar retta agli altri non ti muovi più, dice Antonio, e dice che lui subito se ne vuole andare a Roma, ma quando la sveglia ha suonato la mattina alle 6, che doveva andare a Bari per spostare l’iscrizione all’università, lui si è voltato dall’altra parte. Ha rimandato… domani… poi domani, poi domani. E intanto continua a raccontare di Roma, delle donne: quella con la catena d’oro intorno alla vita, quella con la parrucca, gli occhiali di brillanti, la bionda che beveva, la bruna che lo voleva lanciare nel cinema… le favole.

Parla, parla… Tanto che non partirà più tutti l’hanno capito, e pure lui… Perché? Eh, e ci u sap! Può essere che ad Antonio gli manca qualche cosa, o forse ci manca a tutti noi…. È per questo che la vita nostra passa e facciamo così poco, così poco… Oppure può essere che siamo quelli che la razza, il clima, il luogo, la storia hanno voluto che fossimo, come dice quel grand’uomo del Sud.

Bah… Antonio continua a parlare di Roma, Francesco continua a parlare della cooperativa; e Roma e la cooperativa sono diventati solo un argomento per chiacchierare, perché qua si chiacchiera tanto. Si chiacchiera… si chiacchiera… Ecco qua!

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