Titolo originale: Is this thing on?
Regia: Bradley Cooper
Sceneggiatura: Bradley Cooper, Will Arnett, Mark Chappell
Cast: Will Arnett, Laura Dern, Andra Day, Bradley Cooper
Musiche: James Newberry
Produzione: USA 2025
Genere: Commedia
Durata: 121 minuti

Trama
Alex (Will Arnett) è un uomo di mezza età alle prese con la fine del suo matrimonio con Tess (Laura Dern). Mentre affrontano la separazione e il difficile equilibrio della co-genitorialità, entrambi intraprendono percorsi individuali per ridefinire se stessi. Alex trova nella stand-up comedy uno sfogo inatteso, trasformando la propria vita in racconto.
Sul palco, tra ironia e vulnerabilità, inizia a rielaborare il dolore e a comprendere le ragioni che hanno portato alla fine del suo matrimonio.
Recensione
Dopo A Star Is Born e Maestro, Bradley Cooper torna a interrogare le relazioni sentimentali, ma lo fa spogliandole di qualsiasi forma di romanticismo. A una prima occhiata, È l’ultima battuta? potrebbe sembrare un’inversione di rotta nella carriera del regista e attore. In realtà, l’opera si inserisce con coerenza nel suo percorso autoriale dietro la macchina da presa, confermandone l’interesse per storie intime e profondamente umane.
Il film si apre in medias res, ponendo al centro del racconto Alex e Tess. Senza offrire contesto o spiegazioni, i protagonisti vengono gettati davanti allo spettatore, stimolandone la volontà di conoscere cause e responsabilità attinenti alla fine della relazione matrimoniale della coppia. Fin da subito, si nega qualsiasi appiglio narrativo al pubblico, costringendolo a muoversi alla cieca e trasformando il disorientamento in parte integrante dell’esperienza di visione.
Si costruisce così un racconto che si sottrae a ogni dinamica esplicativa tradizionale: chi guarda, privato di coordinate chiare, si ritrova a interpretare gesti, silenzi e reazioni senza disporre degli strumenti necessari per comprenderli fino in fondo. Proprio come accade ai protagonisti, ogni parola può risultare ambigua, ogni reazione sproporzionata, ogni incomprensione apparentemente immotivata.
Nella prima parte, la pellicola non mira a chiarire le ragioni dei personaggi, ma a costruire un viaggio immersivo in cui il pubblico è chiamato a “vivere” la relazione più che a comprenderla. Non cerca la chiarezza, ma l’empatia attraverso lo smarrimento. La nebbia inizia poi lentamente a diradarsi. Attraverso un dosaggio misurato di informazioni e momenti di confronto, emergono gradualmente le fragilità, le paure e le mancanze che hanno condotto Alex e Tess a quel punto.
La relazione di coppia diviene così il punto di collisione tra due individui che hanno smesso di riconoscersi: due individualità distinte, ognuna impegnata in un proprio percorso di ridefinizione. In questo senso, il regista prosegue una riflessione già centrale nelle sue precedenti opere, spostando l’attenzione dalla coppia in sé agli individui che la compongono.
Alex trova nella stand-up comedy uno strumento di introspezione utile a convertire il dolore in performance. Il palco diventa lo spazio in cui rielaborare il fallimento del suo matrimonio e, allo stesso tempo, la comicità si configura come un mezzo per recuperare un’identità smarrita: quella di un uomo un tempo vitale e brillante, ormai ridotto a una versione sbiadita di se stesso.
Tess, al contrario, è chiamata a confrontarsi con un vuoto identitario mai realmente elaborato. Il ritiro dalla carriera sportiva, che per anni aveva definito la sua esistenza, ha lasciato spazio a un ruolo – quello di madre e moglie – incapace di restituirle lo stesso senso di realizzazione. La scelta di rimettersi in gioco come allenatrice diventa allora un tentativo di ricomporre quella frattura.
È l’ultima battuta? trova la propria forza in questa dimensione tematica: la difficoltà di accettare la trasformazione, il rifiuto del cambiamento e la mancanza di una comunicazione sincera, prima con se stessi e poi con l’altro.
Dal punto di vista registico, Cooper si conferma capace di riflettere le emozioni dei personaggi attraverso la cinepresa, senza mai forzarle. Pur abbandonando in parte i virtuosismi estetici di Maestro, non rinuncia a momenti visivi di grande eleganza, sempre però subordinati alle esigenze del racconto.
La sceneggiatura si dimostra solida e curata nella costruzione dei protagonisti, mentre alcuni personaggi secondari, pur portatori di spunti significativi, rimangono funzionali alla trama principale senza trovare un pieno sviluppo. Una scelta consapevole che, nel complesso, paga, soprattutto grazie alle interpretazioni dei due attori protagonisti.
Will Arnett firma probabilmente la prova più intensa della sua carriera, portando sullo schermo un uomo spento e spaesato. Laura Dern è la consueta certezza: presenza scenica e capacità di restituire una celata complessità rendono la sua Tess un personaggio vivo e stratificato.
In definitiva, l’opera cinematografica di Cooper non rappresenta una deviazione, ma una piena dimostrazione di maturità registica e artistica.
Curiosità
Il film prende spunto dalla storia vera del comico John Bishop, che firma il soggetto insieme a Will Arnett e Mark Chappell, autori della sceneggiatura insieme a Bradley Cooper.

