Dove vederlo: Al cinema
Titolo originale: O Agente Secreto
Regia e sceneggiatura: Kleber Mendonça Filho
Cast: Wagner Moura, Maria Fernanda Candido, Gabriel Leone
Musiche: Mateus Alves, Tomaz Alves Souza
Produzione: Brasile, Francia, Paesi Bassi, Germania 2026
Genere: Thriller
Durata: 113 minuti

Festival di Cannes:
- Miglior attore Wagner Moura
- Miglior regia
- Premio FIPRESCI a Kleber Mendonça Filho
- Premio AFCAE a Kleber Mendonça Filho
Trama
Brasile, 1977. Marcelo (Robson Andrade), uomo apparentemente comune, è in realtà coinvolto in una rete di sorveglianza, sospetti e violenze. Mentre la sua vita si incrina sotto il peso di forze più grandi di lui, il protagonista attraversa ambienti e relazioni segnati dalla paura e dalla diffidenza.
Recensione
L’agente segreto di Kleber Mendonça Filho è un film capace di trasformare una vicenda personale e profondamente umana in un ritratto politico e in un’esperienza sensoriale e morale. Ambientato nel Brasile del 1977, durante la dittatura militare, utilizza le forme del thriller per raccontare un mondo in cui la violenza non è mai spettacolo ma sistema, e in cui la paura diventa una condizione permanente dell’esistenza.
Il regista sceglie di narrare una storia sulla carta semplice attraverso un processo per sottrazione, che non chiarisce subito ruoli, responsabilità e legami, costringendo lo spettatore a orientarsi all’interno di un contesto sconosciuto ed enigmatico. È una scelta che rispecchia perfettamente l’epoca rappresentata: un tempo storico in cui nessuno è davvero ciò che sembra e in cui la verità è sempre parziale, manipolata, nascosta.
Al centro emerge il tema della doppia identità come necessità di sopravvivenza. I personaggi vivono scissi, costretti a indossare maschere per proteggersi e nascondersi. L’immagine del “gatto a due teste”, così come le storie di chi è costretto a fingersi altro da sé – dall’ebreo scampato al genocidio che assume l’identità del suo persecutore, fino ai rifugiati che cambiano nome – descrivono un mondo in cui l’identità è un campo minato.
In questa prospettiva, la dittatura non è solo un regime politico, ma una forza capace di deformare, nascondere e occultare. Uno degli aspetti più affascinanti de L’agente segreto è il suo costante dialogo tra realtà e finzione. Mendonça Filho utilizza il cinema come termine di paragone per interrogarsi sul modo in cui raccontiamo la paura.
Il riferimento al film Lo squalo di Steven Spielberg non è un semplice omaggio cinefilo, ma uno strumento critico: la finzione hollywoodiana, con il suo mostro chiaramente riconoscibile, finisce per apparire quasi rassicurante se confrontata con una realtà in cui il pericolo è invisibile, burocratico, umano. La pellicola ci dice che la violenza più inquietante non è quella che assume un volto preciso, ma quella che opera all’oscuro, attraverso i meccanismi del potere e l’abitudine progressiva all’orrore.
Questo discorso si riflette anche nel rapporto tra adulti e bambini. L’idea che la finzione cinematografica possa essere “troppo spaventosa” per un bambino viene smontata dalla consapevolezza che l’infanzia, in un contesto simile, è già attraversata dall’angoscia. Mendonça Filho sembra suggerire che il cinema non debba essere un rifugio dalla realtà, ma un luogo in cui la paura può assumere una forma comprensibile e, forse, essere elaborata.
Questo thriller insiste su tale ambiguità, spingendosi verso momenti che flirtano con il grottesco e il surreale. Nei momenti in cui, durante la visione, cresce il dubbio su ciò che si sta guardando, il film mostra come, sotto un regime autoritario che incute paura, anche la percezione del reale sia costantemente messa in discussione.
Emblematica, in questo senso, la scelta di collocare una testimonianza cruciale nel retro di un cinema. Dietro a dove solitamente si consuma la finzione, Mendonça Filho racconta una realtà priva di eroismi, fatta di silenzi, traumi e vite irrimediabilmente cambiate. È una dichiarazione di poetica chiara, che ribadisce come il cinema non debba abbellire la realtà ma metterla a nudo.
Sul piano politico, L’agente segreto non procede per tesi o slogan, ma lavora attraverso suggestioni e inquietudini. Il riferimento alla storia brasiliana – tra dittatura, democrazie fragili e nuove forme di autoritarismo – è costante ma mai didascalico. Il regista suggerisce che la logica del controllo non ha bisogno di dichiararsi apertamente per essere efficace: si infiltra nelle abitudini quotidiane, nei rapporti di vicinato, nella normalizzazione della paura. Per questo parla anche al presente globale, andando oltre il proprio contesto nazionale.
Sostenuto da un comparto tecnico e attoriale di altissimo livello, lavora su un montaggio che rifugge la frenesia del genere spionistico classico e predilige un tempo dilatato, fatto di attese, spazi carichi di tensione e dettagli apparentemente superflui. È in questi interstizi – nei rumori fuori campo, negli sguardi che indugiano, negli ambienti che sembrano osservare i personaggi – che si concentra la vera forza propulsiva dell’opera.
Tutto ciò, però, non la rende immediatamente accessibile, o almeno non a un pubblico medio: la durata importante, il ritmo anti-spettacolare e le complessità tematiche possono mettere alla prova lo spettatore più generalista. Mendonça Filho non cerca consenso facile e non offre risposte rassicuranti, ma modifica lo sguardo. L’agente segreto è cinema politico nel senso più profondo del termine e, soprattutto, è necessario.
Curiosità
Hans è interpretato da Udo Kier, impegnato nel suo ultimo ruolo cinematografico prima della scomparsa. Aveva già lavorato con il regista in Bacarau, accettando così la parte poiché convinto del valore del film e del suo impatto sul pubblico.

