Dove vederlo: Al cinema
Titolo originale: Sirāt
Regia: Oliver Laxe
Sceneggiatura: Santiago Fillol, Oliver Laxe
Cast: Sergi López, Bruno Núñez Arjona, Stefania Gadda
Musiche: Kangding Ray
Produzione: Spagna, Francia 2025
Genere: Drammatico
Durata: 115 minuti

Crediti foto: Quim Vives
Festival di Cannes:
- Premio della Giuria
- Miglior colonna sonora
- Premio della Giuria Palm Dog per Pipa il Jack Russell e Lupita il Podenco
- Menzione Speciale AFCAE Award
Trama
Luis (Sergi López) è un padre, e insieme al suo secondogenito Esteban (Bruno Núñez Arjona) si mette alla disperata ricerca di sua figlia attraverso il deserto africano, senza una meta definita, se non la vaga indicazione di un rave party.
È qui che avviene l’incontro con un gruppo di ravers – Bigui (Richard Bellamy), Stef (Stefania Gadda), Josh (Joshua Liam Henderson), Tonin (Tonin Janvier) e Jade (Jade Oukid) – che entreranno, proprio come accade nei sogni, a fare parte della storia. Gli inattesi contatti nello stato presente illuminano gli aspetti profetici del passato e le conseguenti determinazioni del futuro.
Recensione
Un racconto della surrealtà, in forma e contenuto. Una narrazione che comincia in una direzione, e termina – sempre che si possa dire che termini – verso una totalmente differente. Sirāt di Oliver Laxe è la storia di un viaggio, nel senso più vero di ricerca, in cui sogno e veglia sono sulla stessa linea di continuità, in una perfetta fusione tra la dimensione dello spazio e quella del tempo.
La trama, quasi onirica, è trasposta visivamente su paesaggi desertici, fuori dal mondo e dalla civiltà. Tele bianche e immobili, attraversate sempre dai due grandi camion su cui viaggiano i ragazzi, e dal furgone di Luis, il cui andare scandisce ed è esso stesso il ritmo della narrazione. Nel procedere di questo nostos, scomposto e ipnotico, la sceneggiatura rimane volutamente essenziale. Sirāt non costruisce un intreccio da risolvere, ma piuttosto un cammino da percorrere. E più Luis ed Esteban avanzano, più il film sposta il suo baricentro.
Nel racconto, la musica techno non funziona mai come semplice accompagnamento emotivo o semplice colonna sonora perché è una presenza narrativa, una forza che guida, distorce, aggancia i corpi, li mette in relazione e detta un passo comune ai personaggi e allo spettatore. L’effetto è quello di un tempo ritmico che non si misura solo in chilometri, ma in battiti e pulsazioni; la percezione uditiva completa sempre quella visiva.
Al contrario, il vero sottofondo diventano gli eventi laterali, spesso apparentemente casuali: alcuni si notano appena, ma sono sempre lì, altri accadono all’improvviso e hanno una fortissima carica emotiva. In Sirāt l’imprevisto non è deviazione, è metodo, ma lo spettatore ha l’impressione di non potervisi dedicare, sparso com’è, nell’attenzione, tra l’orizzontalità degli eventi.
Gli incontri, gli incidenti, le svolte improvvise e la consapevolezza latente di qualcosa di esterno e dato per fattuale arrivano come accade nei sogni, non spiegati e inevitabili; non giustificati, ma necessari. In questa pellicola però, tutto ciò che fa da contorno afferisce al campo di azione della morte, della tragedia e della sofferenza, tematizzate in maniera tale da avvolgere l’interezza degli eventi.
È questa catena di contingenze – più percepita che compresa – a tenere alta la tensione, a rinnovare continuamente il movimento, a dare un senso al rendere il deserto e la musica techno le come colonne portanti. Il film rappresenta una condizione del tempo e della mente, in cui la realtà si sfalda quel tanto che basta perché la ricerca di Luis diventi anche una traversata del senso, e ogni passo sembri condurre altrove, verso una fine che forse non “termina”, ma cambia forma.
Curiosità
Il film ha ottenuto un totale di 12 vittorie e 60 candidature ai festival di tutto il mondo.

