Dove vederlo: Youtube fino all’11 gennaio 2026
Titolo originale: Playing God
Regia: Matteo Burani
Sceneggiatura: Matteo Burani, Gianmarco Valentino
Musiche: Pier Danio Forni
Produzione: Italia, Francia 2024
Genere: Animazione
Durata: 9 minuti

Crediti foto: Studio Croma Animation
Trama
All’interno di un buio scantinato illuminato solo da una vecchia lampadina, un individuo celato nell’ombra modella un pupazzo con la plastilina, mentre intorno a esso altri simili, ricurvi e deformati, assistono curiosi. La nuova creazione prende vita ma a dominarlo è il terrore dell’ignoto, lo stupore di una nascita improvvisa, dal nulla, in mezzo a reietti mostruosi che sembrano soffrire di una pena infinita.
Recensione
Tutta la vacillante insicurezza che permea oggi la nostra esistenza è una profonda crepa nel punto mediano di diverse dimensioni in bilico. Non sapere più chi siamo in realtà, che direzione prenderemo come individui in una collettività perduta e l’incertezza di un futuro forse non più nelle nostre mani sono temi cupamente stranianti ma tristemente attuali che Playing God affronta attraverso uno straordinario potere immaginifico.
Quest’ultimo, tuttavia, ha lo slancio pessimistico del rigetto, del conato di vita la cui alienante incompletezza restituisce esseri tormentati e… terrorizzati. Il cortometraggio realizzato a Bologna da Studio Croma Animation ha un’eloquenza visiva che succintamente non lascia dietro di sé domande narrative ma grossi, lancinanti interrogativi sui quali si è sempre incardinata la filosofia motivata dal dubbio e dal costante chiederci di noi.
In appena nove minuti, il regista Matteo Burani ci immerge in un’ipogea nicchia d’incubo facendo in modo che il feticcio protagonista risucchi la nostra attenzione, prima come vittima, poi come ammonitore il cui dito punta la condizione di ognuno di noi: parte allora una dolorosa riflessione inerente alla fragilità umana, all’ossessivo senso di emarginazione, al bisogno viscerale di identificarsi in qualcosa scacciando atteggiamenti inquisitori, il rifiuto, il (pre)giudizio, desiderando di fare gruppo per non sentirsi soli e abbandonati.
Il ricorso alla tecnica dello stop-motion tanto cara a Tim Burton dà giustificazione alla stasi mortifera dell’ibrido senza padre o madre, allo smarrimento lento ma inesorabile del “figlio di nessuno”, tutti concetti che una certa Mary Shelley aveva impresso nelle pagine del lacerante Frankenstein. La radice appare la medesima: colui che “gioca a fare Dio” finisce con il perdere il controllo sulla sua creatura, salvo che l’illusione di controllo vi sia mai stata nell’atto della creazione stessa.
Nel mondo spesso incompreso dei corti, Playing God ha una funzione rivelatrice che sa farsi capire, tanto da essere entrato nella shortlist a 15 degli Oscar®, categoria Best Animated Short Film. Un risultato arrivato dopo 15 mesi di tour per i festival internazionali e un palmares di 92 riconoscimenti.
Tutto ha avuto inizio dalla première mondiale alla Settimana Internazionale della Critica presso la Mostra del Cinema di Venezia, in seguito alla quale l’SNGCI ha assegnato il Nastro d’Argento. Davvero niente male per un progetto low-budget partorito da un’iniziativa di crowdfunding kickstarter e spinto da Autour de Minuit con CNC – Centre National du Cinéma et de l’Image Animèe, Emilia Romagna Film Commission e MIC – Ministero della Cultura.
Playing God è stato comunque realizzato e prodotto a Bologna da Studio Croma con Onira, poi post-prodotto a Parigi. Aspetto da lodare, l’animazione esercitata da una sola persona, Arianna Gheller, fa totalmente a meno dell’Intelligenza Artificiale affidandosi invece al processo manuale e alla sua qualità artigianale capace di preservare la libertà artistica.
Nella sua estetica e nella fotografia di Guglielmo Trautvetter, il corto non svia né fantastica ma resta saldamente sul pezzo raccontando un oggi spaventoso, quasi scricchiolante (merito anche del sound designing di Quentin Robert) come sottolinea Rodolfo L. Masedari di Onira:
«Playing God è un’istantanea del momento storico che stiamo vivendo, propizio solo per tiranni e dittatori che provano a ridisegnare il destino del mondo mettendo in atto guerre e forme di oppressione. Un tempo buio, ma che permette ancora di intravedere un barlume di luce indispensabile per riscoprire un senso di appartenenza e di comunità che non lasci indietro nessuno, nemmeno chi è quotidianamente emarginato o escluso. Playing God non tenta di confortare, piuttosto affronta l’oscurità a viso aperto, aprendo alla speranza di una via d’uscita collettiva.»
Sull’eccezionale percorso dell’opera, Burani e la Gheller hanno a dichiarare:
«Questa pre-selezione dimostra che un team di trentenni che ha scelto di costruire la propria carriera in Italia può a pieno titolo aspirare a confrontarsi con il cinema d’animazione internazionale. Ammiriamo da sempre studios come Aardman e Laika e autori quali Tim Burton, Jan Švankmajer, Henry Selick, Wes Anderson. Tra i nostri connazionali, Dario Argento e Mario Bava. Condividiamo il pensiero di Guillermo del Toro secondo cui l’animazione è un mezzo, non un genere. Ci auguriamo quindi che la visibilità di cui godiamo adesso possa incoraggiare altri connazionali nel nostro settore e possa portare una boccata d’aria fresca all’industria dell’animazione in Italia, affinché continui a sperimentare e a sognare un futuro migliore.»
Curiosità
Completano i credits Sole Piccininno (puppet maker), Chiara Ziveri (SFX make-up), Francesca D’Agnano (assistente di produzione), Nicolas Schmerkin (co-produttore Autour de Minuit), Rodolfo L. Masedari e Filippo Schiaffino (produttori esecutivi Onira), Kim Magnusson (produttore esecutivo), Chiara Zanini (ufficio stampa).

